Turpia. Sociologia del turpiloquio e della bestemmia

Romolo Giovanni Capuano indaga il peso e la forza "deviante", quasi rivoluzionaria, del turpiloquio.

Ognuno di noi ha un rapporto personale con il cosiddetto turpiloquio, rapporto che è frutto dell'educazione che ha ricevuto e delle consuetudini sociali che condivide. Molto spesso, per una serie di condizionamenti ben radicati non ci soffermiamo a considerare le vaste implicazioni che le parolacce sollevano, soprattutto perché la comunicazione caratterizzata da improperi e, nei casi più intensi, da bestemmie non è mai neutra, ma, al contrario, assume tratti di fortissima emotività.

Molte delle parole sconvenienti che ci troviamo a usare anche quotidianamente sono prive della versione media, per usare un termine linguistico, vale a dire di una versione che non peschi né nel volgarismo, né nel lessico dotto. Un esempio efficace lo ritroviamo nella parola comunemente usata per indicare l’organo genitale maschile che, pur essendosi totalmente desemantizzata, assume, comunque, un senso eminentemente emotivo, ma con connotazioni che non possiamo definire neutre. Del resto, volendo debellarne la forza, dovremmo far ricorso alla voce dotta "pene" o all'infantilismo "pisello". Non esiste, come vediamo, una voce che non rappresenti una traduzione filtrata, un allontanamento.

Turpia. Sociologia del turpiloquio e della bestemmia

L'argomento potrebbe farsi complesso, ma non perde interesse. Il libro di Romolo Giovanni Capuano dal titolo Turpia. Sociologia del turpiloquio e della bestemmia (Costa & Nolan, 2007) affronta con dovizia di esempi e un linguaggio accessibile il peso e la forza "deviante", quasi rivoluzionaria, del turpiloquio.

Una lettura imprescindibile, soprattutto se accompagnata dal Dizionario del lessico erotico di Valter Boggione e Giovanni Casalegno pubblicato dalla UTET.

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