"Un portone chiuso in faccia al tiranno" di Pietro Gargano

Palazzo Serra di Cassano
Correva l'anno 1999, e si festeggiavano, con una riapertura fortemente simbolica, i duecento anni intercorsi a partire della breve esperienza della Rivoluzione Napoletana, che con i relativi centoquarantaquattro giorni della breve Repubblica Partenopea, aveva istillato un alito di libertà che da Parigi era arrivato fino alle pendici del Vesuvio, coinvolgendo nei suoi ideali libertari e progressisti, una parte della nobiltà locale. Se il vento di speranza aveva soffiato forte come lo scirocco, negli animi oppressi dei napoletani, lo scacco fu ancora più duro e la repressione estremamente sanguinosa, attuata grazie al sostegno degli stessi francesi, piegò valori e segnò il futuro dell'intero meridione.

Ma il giovane Gennaro Serra di Cassano, insieme al fratello Giuseppe e a uno stuolo di spiriti illuminati, tra i quali spiccava Eleonora Pimentel Fonseca, seppero infondere nel fronte repubblicano un'energia inaudita. Il racconto di tale forza, e della cocente delusione che seguì, sta tutto in uno scorcio rivoluzionario tracciato da Pietro Gargano: "Un portone chiuso in faccia al tiranno: Gennaro Serra di Cassano" libricino giallo che ripercorre brevemente la storia di un ingresso rimasto sbarrato per duecento anni, quello del Palazzo Serra di Cassano a Monte di Dio, oggi sede dell'Istituto Italiano per gli studi filosofici di Napoli, che il conte Luigi Serra di Cassano sbarrò in seguito alla morte dell'amato Gennaro.

"Ho sempre lottato per il loro bene e ora li vedo festeggiare la mia morte".
Fu l'ultima frase di Gennaro Serra di Cassano, nobile giacobino, sussurrata a un padre confortatore poco prima che il boia, Tommaso Paradiso calasse la lama, eseguendo la sentenza di morte proclamata dal tribunale del Re Borbone.
A chi era destinata tanta lucida amarezza? Ai lazzari? Certamente anche a loro, ai poveri della città, ritornati ad applaudire Ferdinando, il re pate nuovamente sul trono, pronti a trasformare in camorra la loro sofferenza.
Ma quel venti agosto 1799, accanto ai lazzari, tutti i popoli di Napoli avevano colmato la piazza del Mercato per assistere alla prima esecuzione di massa dopo la fine della Repubblica Napoletana, caduta il tredici giugno con l'ingresso delle prime bande sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo. Quel giorno di orrore c'erano due teste da mozzare e sei colli da strozzare con il cappio, nell'estrema ingiustizia di una fine più rapida riservata ai nobili.
Puntando gli occhi sulla folla, dall'alto del patibolo, Gennaro Serra di Cassano vide esponenti dei casati più celebri della capitale, appena reduci dalle anticamere dorate del potere, di nuovo affollate. Vide monaci e sacerdoti, rassegnati ormai all'imperscrutabilità del disegno divino. E mercanti, borghesi di ogni risma, che nel lago di sangue trovavano alimento a più fameliche rapine. Tutti insieme festeggiavano la morte del sogno dei giusti, il precipizio nel passato.
Letta così, la frase di Gennaro ha il senso tragico della consapevolezza di un epilogo collettivo, della decapitazione di una capitale, di tutto il Sud. "Quanto di grande e di buono era in Napoli fu distrutto dalla scure e dal capestro" scrisse Francesco Lomonaco.

Immagine da wikipedia.org

Via | iperteca.it

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