"Di questa vita menzognera", Giuseppe Montesano

Di Questa Vita MenzogneraCosa succede se una famiglia pseudo-camorristica, composta da strani personaggi, si mette in testa di trasformare la città di Napoli in un grande parco giochi a tema storico? Naturalmente il caos, perché, com'era prevedibile, se gli abitanti si lasciano inizialmente trascinare, perfino con un certo entusiasmo interpretativo, nella monumentale (e commercialissima) trasformazione, ciò non toglie che mantengano almeno una parvenza di normalità. Una sottile ribellione guidata dall'archeologo Scardanelli e dalla fedele Nadja, serpeggia nei vicoli del centro storico e complotta per opporsi ad uno smembramento innaturale, pronto a sacrificare secoli di storia per riportare la metropoli a fasti romani ricostruiti in plastica e gesso dorato.

Ma in fondo il mondo alla rovescia descritto da Giuseppe Montesano, indimenticabile autore de "Il ribelle in guanti rosa", nelle pagine fitte intitolate "Di questa vita menzognera", non è poi così distante dalla realtà. Scenario sfigurato delle megalomanie dei nuovi imperatori Negromonte, ed esacerbato palco, per una modernità iconicamente kitsch, "strabordante" delle arroganze del potere e farcita dell'ebrezza del denaro, che non esita a dar bella mostra di sé, fino al parossismo del cattivo gusto. Mentre il monumentale progetto di Eternapoli procede a gonfie vele, e i rampolli saccheggiano le bellezze storiche dell'antica Partenope, il dandy Cardano, indegno marito di Amalia Negromonte, si consuma fra citazioni baudeleriane e paradisi artificiali. L'assurdità della famiglia, raccontata attraverso il punto di vista del suo segretario Roberto, assume punte di comicità amara e si dipana in riti educativi rovesciati, fino al climax della morte "dell'evangelico Andrea", tragico innesco di una fine imminente, consumata a colpi di capitone.

Non mi importava dove stavamo andando, volevo sapere se Nadja mi amava, e balbettando glielo chiesi. Ma la voce del Calebbano coprì la sua risposta, e vidi solo gli occhi che scintillavano sotto la mascherina.
"...Noi non odiamo i nostri nemici, vogliamo amare tutti, e vogliamo che tutti condividano il nostro sogno. Bisogna amare ciò che il popolo ama e odiare ciò che il popolo odia. E voi mi amate perché siamo una grande famiglia..."
"Ciro attento, ci sono i Pulcinella!"
I Pulcinella giravano a gruppi di cinque o sei, con i bastoni in mano e le trombette, e e nessuno gli badava. Erano le guardie speciali dei Negromonte che giravano travestite, avevano le foto segnaletiche di Ciro e Nadja, e bisognava stare attenti a non insospettirli. Sbucammo in quella che doveva essere piazza San Gaetano, ma la piazza non esisteva più. Il tempio dei Dioscuri si stagliava alla nostra destra con il frontone di plastica, e a terra il cemento imitava il lastricato romano. Stavano mimando la Morte di Masaniello, e quando la testa rotolò sul palco tutte le mani si allungarono per cercare di afferrarla, le donne si spintonarono per sputargli in faccia e tra gli urrà un bambino che era riuscito a prenderla per i capelli la lanciò in aria con un calcio.

Via | feltrinellieditore.it

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