Nuovo dizionario delle cose perdute, di Francesco Guccini

Edito da Mondadori, un viaggio nella memoria di un Paese che sta scomparendo.

Ogni pagina che si sfoglia è un tuffo al cuore, perlomeno se si appartiene a generazioni un po’ "andanti", ma anche se si è semplicemente dei terribili e dinguaribili nostalgici. E’ la sensazione che si prova leggendo “Nuovo dizionario delle cose perdute”, del cantautore Francesco Guccini: un viaggio in un mondo che non c’è più o che rischia di scomparire, partendo da alcune parole a cui si associa un momento della propria vita ormai caduto in disuso, vuoi perché poco rappresentativo della società attuale, o perché appartengono a modi, consuetudini e stili di vita ormai troppo lontani da noi.

Più che una ricerca, un viaggio extra-semantico che Guccini aveva già affrontato qualche anno fa con un libro simile “Dizionario delle cose perdute” (Mondadori, 2012) e che oggi ripropone con questo secondo volume. Un libro prettamente autobiografico, nel quale viene descritta l’Italia vissuta dal cantautore modenese, un’Italia scomparsa senza neanche accorgercene, troppo presi dalla frenesia della modernità. Un pezzetto di Italia  che però, se ci si sofferma per una attimo a pensare, ci manca.
“Ora ci sono le ciliegie tutto l’anno, le fragole tutto l’anno… Ma che ricordi avranno un giorno questi bambini?” diceva Nanni Moretti nel suo film "La messa è finita", per rimarcare quel privilegio che si aveva una volta di cogliere il sapore giusto nel momento giusto, un sapore che era carico di emozioni e che aveva il gusto dell'infanzia. Sapori il cui ricordo rimane poi indelebile nella memoria di un adulto. Sapori così ce li propone anche Guccini, quando descrive nei dettagli un rito pomeridiano di ogni bimbo: la merenda. Ovvio, anche oggi i bambini fanno merenda, ma è più uno spuntino frenetico e globalizzato, identico ovunque, asettico. Invece, La merenda prima aveva il sapore del posto in cui si viveva: “Ogni luogo geografico italiano aveva le proprie caratteristiche merendere; qui veniva esaltata la multiformità della meravigliosa e variegata cucina della penisola, e ognuno ha da riempire con i suoi ricordi la specificità casalinga della propria merenda. Fondamentale, per me, era il pane, quello toscano, sciapo, a fette, ma non disdegnavo la rosetta cittadina. Oggi il pane è bandito da ogni dieta dimagrante, ma a me dicevano: «Guarda lì, ha già mangiato tutto il companatico e ha ancora tutto il pane. Bisogna imparare a mangiare il pane!».
La società moderna ha i suoi pro e i suoi contro. Oggi si arriva dappertutto in poco tempo, si può chattare, wathsappare, messaggiare con qualcuno dall’altra parte del mondo in tempo reale. E questo è un bene, ma l’altra faccia della medaglia è stata la perdita di un’usanza: la cartolina. Molto più che una foto stampata su cartoncino, la cartolina era la materializzazione di qualcosa che ormai non si fa più: attendere ed immaginare. “Io sto bene e così spero di voi”, “Salutatemi zia Giulia”, “Qui finalmente si respira e la notte si dorme. E voi, c’è ancora così caldo?”. Belle anche le cartoline tra fidanzati, cariche di immaginazione, dove ci si esprimeva con più slancio: “Bacio ardentemente il tuo ritratto, aspettando di baciare il tuo volto”.

Spariscono le usanze e spariscono i luoghi di ritrovo, o meglio, si moltiplicano a dismisura, soffocando quelli autentici. Come le osterie. “Dalle mie parti le osterie (quelle autentiche) sono come gli animali in via d’estinzione, forse dovrebbero essere protette dal wwf. Prima sono scomparse nei paesi, sostituite dai bar: banconi lucidi di acciaio, tavoli col ripiano di formica, luci al neon, avventori più portati al caffè corretto che al bicchiere di vino. In città, di osterie, ce n’erano rimaste: luoghi da vino, quartino, mezzo o litro, serviti nelle tradizionali caraffe di vetro che un tempo avevano il bollino fiscale della misura. (...) Poi i vecchi gestori andarono in pensione, subentrarono i nuovi e, a poco a poco, questo tipo di locale sparì, come l’uccello Dodo dell’isola di Mauritius”.
E poi il negozio del barbiere “aperti anche la domenica mattina, per quelli che si azzimavano in vista delle imprese pomeridiane, andare a ballare, portare la morosa al cine, fare bella figura al bar con gli amici aspettando l’ora delle partite” i giochi di una volta, come il traforo, atteso e desiderato a Natale da tutti i bambini ma poi lasciato a prender polvere perché incapaci di realizzarci qualsiasi cosa. “Era allora che tua madre ti dava la botta finale: «Sei proprio un buono a niente! Lo sai che il tuo amico Renato è riuscito a fare la Torre Eiffel?!»".

 

Francesco GucciniNuovo dizionario delle cose perdute
Mondadori Editore (collana Libellule),
148 pp, euro 12

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