Fukushima e il Giappone nelle parole di Daniel de Roulet

Tu n'as rien vu a FukushimaDaniel de Roulet è uno svizzero del quale non si è sentito parlare più di tanto in Italia, almeno fino ad ora, nonostante alcuni dei suoi libri, grandi successi d'oltralpe (e non solo), siano stati "precocemente tradotti" anche nella nostra lingua. L'ultima uscita potrebbe invertire il trend anche nel bel paese. Si tratta di un breve scritto dal titolo "Tu n'as rien vu a Fukushima" (che in italiano suona un po' come "Tu non hai visto niente a...") che ricalca la celebre frase pronunciata dalla protagonista francese di un famoso film su un'altra tragedia del nucleare, era Emmanuelle Riva in Hiroshima mon amour.

Giocando sui rimandi e sulle distanze, fisiche, temporali e culturali, de Roulet scrive una lunga lettera indirizzata ad un'amica giapponese con la quale ha trascorso una splendida serata giusto un anno prima dello tsunami, e di tutti i tragici eventi che sono seguiti. Tra l'incanto delle feste di primavera, l'orrore per la catastrofe, e le riflessioni sull'avvenire del nucleare, lo scrittore si insinua con cortesia nei meandri delle reazioni orientali, cercando di comprendere e di spiegare il suo stesso sentimento di impotenza e la preoccupazione. Ne abbiamo tradotto un piccolo estratto, mantenendo l'eleganza del Voi, che ricorda tanto un certo uso sopravvissuto nel Sud Italia. Sperando che sia di buon auspicio per una prossima apparizione integrale nella lingua di Dante...


Dopo cinque giorni, ogni volta che accendo il mio computer sono davanti alle immagini di Fukushima, i pennacchi di fumo, le esplosioni, gli elicotteri che gettano l'acqua sulle piscine a secco, i reattori fessurati e vi ascolto dire "Tu non hai visto niente a Fukushima". Avete ragione, sono a migliaia di chilometri di distanza, su una terra che non trema, lontano dal mare e mi si racconta che i giornalisti francesi scappano, che gli specialisti della radioprotezione inviati dai governi europei si trovano a diverse centinaia di chilometri, fuggono quindi anche loro. Non approvo una tale debolezza professionale, ma cosa avrei fatto io stesso? Se mi aveste dato appuntamento oggi, e non il 18 marzo dell'anno scorso? In quel bar sotterraneo, mi avete spiegato i differenti modi di bere il saké, sollevare la coppetta di porcellana quando vi servono, supplemento al viaggio nelle isole di M. Roland Barthes. Si, era questo che mi piaceva nella vostra cité, la raffinatezza dei petali di ciliegio che piovevano sulla città. E le parole. Fukushima è diventata per me uno di quei nomi che si fondono sulla lingua come il manzo cresciuto alla birra, voi siete sicuramente capace di staccarne ogni singola sillaba, disegnandone l'ideogramma. Fukushima significa isola della felicità. Gli dei devono essersi sbagliati.

Via | libella.fr

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