Leggere per scrivere. Intervista a Pergentina Pedaccini Floris

Leggere per scrivere. Intervista a Pergentina Pedaccini FlorisLeggere per scrivere. Manuale di lettura attiva e scrittura creativa è un testo scritto a quattro mani da Pergentina Pedaccini Floris e da Patrizia Cotroneo Trombetta. Il volume, pubblicato dal Centro di Documentazione Giornalistica, ha avuto molto successo ed è giunto alla seconda edizione.

In occasione della presentazione del manuale presso la libreria Musica e libri di Bastia Umbra (Pg), abbiamo incontrato l'autrice – che ha alle spalle altre pubblicazioni tra cui segnalo Fatti chiari. Giornali, radio, web, talk show, come si racconta la notizia scritto con suo figlio Giovanni Floris e con Filippo Nanni e il saggio Commento all'umorismo di Pirandello – e le abbiamo rivolto alcune domande sul mondo della lettura, della scrittura e degli scrittori esordienti.

Iniziamo con una citazione di Gesualdo Bufalino: “Si scrive per guarire se stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore”. Concorda con lo scrittore siciliano?
Penso che sia uno degli aspetti dello scrivere. Perché forse scrivere è anche proprio una gioia, un modo di comunicare agli altri quello che si sente. Non è solo una medicina per le sofferenze. Penso che sia anche un modo per comunicare con gli altri e per comunicare sentendo quello che gli altri sentono. Ci vedo anche questa forma di partecipazione alla vita degli altri.

Leggere per scrivere. Intervista a Pergentina Pedaccini FlorisPochi giorni fa Pietro Citati ha scritto sul Corriere: “Oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho”. Ci può dire il suo punto di vista in merito?
Non sono d’accordo sulla visione elitaria della scrittura. Io penso che si debba leggere molto e un po’ di tutto, per poter confrontare e potersi confrontare personalmente con gli altri e per non escludere autori o testi che poi si scopre che sono belli. Un tempo c’era la distinzione tra letteratura di serie A e letteratura di serie B. Io personalmente sono un’appassionata di libri gialli e un tempo questa era messa in secondo piano, la cosiddetta paraletteratura. Ma la paraletteratura fa parte della società di oggi, presenta un mondo che qualche volta nella letteratura alta può non esserci. Io non credo che si debba escludere un mondo non meno alto, ma altro, che presenta altri aspetti. Alla fine escludendo questo, escludendo quello non si conoscono libri molto belli. Questo è un mio modo di vedere tutte le cose: vado al cinema anche se sospetto che il film possa non essere bello. Lo vedo e poi decido se mi piaceva o meno. Credo che l’atteggiamento migliore sia quello di provare.

“Leggere per scrivere” è il titolo del suo libro ed è senza dubbio una verità. Il contrario, comunque, non è vero, perché si scrive solo dopo essere passati attraverso la lettura. Eppure per molti sembra che lo scrivere sia la massima aspirazione. Non sarebbe forse il caso di insistere sul “leggere per leggere”?
Certo, si può leggere per leggere. Il nostro libro è nato per un accordo tra me e un’amica, visto che entrambe abbiamo avuto l’occasione di tenere corsi di scrittura. Ma non si può insegnare a scrivere se prima non si insegna a leggere. Lo scrivere non è mai slegato dalla lettura. Si può leggere senza avere l’ambizione di scrivere, ma si può far capire a tutti che se vogliono scrivere ci possono provare. Certo con diversi livelli di risultati, ma ci possono provare. Lo scrivere non è qualche cosa solo per pochi eletti. È chiaro che non si può pensare che se si inizia a scrivere si diventa Leopardi e si diventa Foscolo, ma si può comunicare con gli altri, ci si può sfogare, ci si può liberare l’animo. E qualche volta si può anche trovare un lavoro: scrivere per la televisione, per le riviste, per i giornali… Va da sé che bisogna saper scrivere.

Qual è l’atteggiamento migliore da avere prima di mettersi a scrivere?
Non avere paura di scrivere qualcosa che non vada bene: al limite si cancella e si ricomincia. Non bisogna lasciarsi intimidire dal fatto che si sta scrivendo e nemmeno essere tanto presuntuosi da pensare che deve andare bene per forza.

In un’Italia in cui sembra che tutti vogliano scrivere e nessuno voglia leggere, cosa consiglia a chi ha pronto un libro e non sa se inviarlo o meno all’editore?
Io consiglio di inviarlo, però non è facile poi venirne fuori dal momento che gli editori ricevono tanti di quei libri che può capitare che il libro non lo leggano, che lo lascino in disparte, che nessuno glielo segnali e quindi si formi una pila di materiale non letto. Non credo che sia facile in Italia. Ma c’è da tentare. Una sezione di Leggere per scrivere è stata fatta intervistando un mio ex alunno che ora è editor e che parla delle varie difficoltà che ci sono nel mondo dell’editoria in questo senso. Oltretutto, anche l’editor può sbagliare! Sappiamo che Vittorini aveva rifiutato Il Gattopardo...

Concludiamo con un'altra citazione di Gesualdo Bufalino: “Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica”.
Non sono molto d’accordo, perché se fosse così facile scrivere un libro non ci sarebbe la necessità di imparare a scrivere. Tanto leggere quanto scrivere sono delle fatiche che non vanno sottovalutate.

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