"Nessuno vede il mio pianto" di Maurizio Sorrentino

Castellammare di Stabia
Un'ulteriore prova che "l'epopea" è ancora possibile, sta tutta nelle pagine di "Nessuno vede il mio pianto", il libro che "canta" di Castellammare di Stabia e di Sorrento, soffermandosi su buona parte degli avvenimenti che hanno attraversato la penisola italiana dalla sua unità alle soglie del ventunesimo secolo. Passando per ben due guerre mondiali, con le rispettive ricostruzioni, e attraversando peripezie di ogni genere e grado, i numerosi protagonisti di questo romanzo a mille voci, tratteggiano un quadro fedelissimo e colorato della complessità dell'esistenza umana, sottraendo al loro autore varie e intense scintille di ispirazione, che molto hanno a che fare con i contrasti cobalto di quel mare imperioso che non esita ad insinuarsi, dritto nel seno di una terra costiera generosa, pur nel suo strapiombo di roccia.

Si tratta del romanzo d'esordio del giurista cinquantenne Maurizio Sorrentino, pubblicato alla fine dell'inverno e dedicato a quelle donne che "nessuno vede piangere", perché le loro lacrime sono ormai invisibili. Proprio il pianto sembra quasi aver abbandonato per sempre, con tutto il suo portato di disperazione e consolazione, gli occhi di Luisa-Zenobia, matriarca di una "larga prole" e ancora più estesa "nipotanza", nascondendosi al pari del sorriso, che si cela nel brillio profondo delle pupille e della voce, sottratta da un voto ad un santo "nordico" di nome Casimiro e da quell'attesissimo figlio maschio che ne porta il nome.

Ma se la sofferenza ha cancellato i segni visibili delle più profonde emozioni, l'apparenza nasconde nell'intimo e fomenta, rendendo ancora più forti e vividi, quei sentimenti che in superficie traspaiono terribilmente mutilati. E' una realtà che si trasmette attraverso il suo sangue e le sue coraggiose azioni, a tutti coloro che attraverseranno le stanze della grande casa di Via Guglielmo Pepe, per arrivare leggera anche a quelli che ne sentiranno parlare, fino a toccare una discendenza vasta e lontana immersa nei racconti di marina del nonno Aldo, e negli incontri con personaggi del calibro di Ferdinando e Guglielmo Acton e Alberto Beneduce.

Il romanzo di Sorrentino assomiglia ad un esteso spartito suonato da una grande orchestra di elementi misti. La sinfonia che ne vien fuori racchiude magnificamente i singoli suoni dai quali è composta, armonizzandoli in un risultato che risente di tutte le nobiltà, delle meschinerie e delle passioni, come in un piatto di quella pasta "come solo a Gragnano la sanno fare", che con l'alito salato del mare e la dolcezza leggermente asprigna dei pomodori del Vesuvio che ha dentro, rispecchia, la memoria del territorio dal quale proviene e l'eco delle macchine che le hanno dato forma.

In fondo cos'è la storia se non un lungo concatenarsi di mille vicende familiari, che si susseguono lungo il filo sottile delle epoche. Sentimenti e relazioni che a volte uniscono pacificamente, e altre mettono insieme in maniera complicata e sofferente, le esistenze intricate di tutti coloro che si ritrovano a condividere una parte del loro "destino personale".

L'eruzione si bloccò e il Vesuvio si spense, quasi avesse ceduto agli americani la sua energia perché se ne andassero. In verità fu quello che accadde. Spinti da una forza nuova, gli americani sfondarono a Cassino e la guerra iniziò il suo doloroso epilogo. L'amante distratto aveva fermato la sua mano ed aveva rinunciato ad uccidere e disperdere gli accattoni che assillavano la sua innamorata puttana. Ma quella clemenza inattesa e misteriosa ne aveva turbato l'umore e lui aveva preferito addormentarsi, senza più pensare, senza più vedere. Ancora oggi dorme, pesantemente, come morto, e solo accostando l'orecchio al suo volto, apparentemente sereno, se ne sente il respiro leggero. Ma con esso s'avverte lo stesso brivido che, da bambini, ci dava il pensiero dell'orco addormentato. La sua amante giace con chiunque, laida e perduta, spudorata e disperata, violenta ed insensibile, accanto al dormiente, e lo deride per la sua debolezza, avendo perso, con il timore, anche l'amore.

Immagine da liberoricercatore.it

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