Intervista: Carlos Ruiz Zafón

carlos ruiz zafonCarlos Ruiz Zafón è in Italia per presentare la sua ultima fatica edita da Mondadori, Il Prigioniero del Cielo, terzo capitolo della tetralogia cui epicentro narrativo è Il Cimitero dei Libri Dimenticati, e in cui i primi due capitoli sono stati L'ombra del vento del 2002 e Il gioco dell'angelo del 2008. Ieri abbiamo avuto modo di incontrarlo e di passare con lui un'oretta dove abbiamo parlato un po' di tutto.

Da come si costruisce una saga, all'evoluzione dell'industria culturale in Europa e in Usa - Zafón vive tra Barcellona e Los Angeles e con qualche milione di copie vendute ha voce in capitolo... - a molto altro ancora.

Come si costruisce una saga? Quando ha cominciato il ciclo del Cimitero dei Libri Dimenticati?

È iniziato tutto sul finire degli anni novanta, al tempo ero a Los Angeles, lavoravo da alcuni anni come sceneggiatore e avevo iniziato a pubblicare libri per ragazzi. A quel tempo mi accorsi che non avevo mai davvero scritto quello che volevo, avevo sempre scritto quel che altri volevano. Così decisi di prendermi una pausa, e chiesi ai produttori per cui lavoravo di licenziarmi, gli dicevo "tanto prima o poi dovreste farlo comunque!" accettarono, restammo amici e lo siamo ancora.

carlos ruiz zafon orizzontale

Così cominciai a lavorare a questa storia, che mi appassionava, L'Ombra del Vento. Al tempo pensavo che tutto potesse stare lì dentro, in quel primo volume, ma lavorandoci mi accorsi che non era possibile: sarebbe diventato un romanzo di tremila pagine. Inoltre era più interessante crearne quattro: unità separate, come fossero scatole cinesi, con differenti porte dalle quali entrare in differenti piani di narrazione, e differenti significati. Il modo giusto di fare quel che avevo in mente era fare quattro libri diversi, e questo mi avrebbe permesso di dare differenti personalità ai volumi, alla lingua, alla narrazione.


All'inizio ha fatto una mappa, fisica? Uno schema?
Tonnellate di file sul computer, ma niente su carta, tutto sul computer. Cartelle su cartelle, ma tutto quanto è solo nella mia testa, dove posso giocarci. Tengo tutto su file e quando finisco cancello tutto: distruggo le prove del crimine, rimane solo il libro.

Ha parlato in un'intervista recente del mercato culturale in Europa e Usa, e delle differenze per quel che riguarda l'editoria libraria
La mia impressione è che l'editoria come la conosciamo se avrà un futuro l'avrà più probabilmente in Europa che negli States. Molti trend commerciali che ho visto svilupparsi negli Usa mettono in pericolo i modelli classici di quella editoria, non so se sia una buona o una cattiva cosa, ma l'editoria come la conosciamo durerà più a lungo da questa parte dell'oceano, rispetto agli Stati Uniti. Non sto parlando di cultura: non sono uno snob, ci sarebbe da discuterne a lungo, ma nel caso dell'editoria libraria negli Stati Uniti... il modo in cui sono distribuite le librerie per esempio, in Europa ci sono catene, librerie indipendenti, piccoli librai, si parla molto di libri, c'è discussione, dibattito, negli Stati Uniti i libri sono raramente menzionati sui media, a volte ci sono brevi recensioni, ma scompaiono nelle pagine finali della cultura. Si parla di libri di diete, di celebrità da reality, delle memorie dell'amante di JFK, ma non è proprio letteratura, è altro. Questi libri finiscono negli show in tv, dove non vedrai John Grisham o Stephen King. In molti Paesi europei ci sono politiche del prezzo che costringono le grandi catene e i supermercati a vendere allo stesso prezzo delle librerie indipendenti, e questo ha un effetto molto importante sul mercato. In UK dove questa legge è stata rimossa per pressioni delle grandi compagnie della GDO, ha alterato l'ecologia in pochi anni, e gli indipendenti sono stati espulsi dal mercato. Perché i libri venduti al supermercato hanno iniziato a vendere meglio, e la GDO ha iniziato a dire all'industria editoriale cosa si vendeva meglio, a chi farlo scrivere, e così via. Penso che questo stia accadendo negli Stati Uniti. Borders era un gigante, è implosa, Barnes & Noble resta l'unica catena, ma è in difficoltà, Amazon sta cannibalizzando l'industria culturale e del libro. E Amazon non è nel business del vendere libri, vende una piattaforma. Ma oltre Amazon chi c'è nella catena alimentare? C'è sempre un pesce più grande. Il pesce più piccolo sono le idee. Qui in Europa per qualche motivo le cose vanno diversamente, forse vedremo gli effetti di tutto questo più tardi rispetto a come li stiamo vedendo negli Stati Uniti.

Vive tra Barcellona e Los Angeles, cosa trova in una città che non trova nell'altra?
Sono due città estremamente differenti, ho vissuto a Barcellona per vent'anni, poi sono andato a L.A., poi sono tornato a Barcellona per un po', e oggi vivo tra le due città. Ormai mi sono abituato alla California, ma non sarò mai uno del posto, sono nato e cresciuto a Barcellona. Ma è giusto così, a me interessano tutti e due i posti e cerco di prendere il meglio di entrambi. Ci si concentra molto meglio a Los Angeles, riesco a lavorare molto meglio lì di quanto riesca a Barcellona. Per molti è così, riescono a concentrarsi ed essere produttivi lì a L.A., lo trovano più facile: qui è più difficile isolarsi, o quantomeno è più difficile per me. Mi piace la California perché è una specie di Terra Promessa, dove si uniscono persone da tutto il mondo. Sono grato alla California, certo L.A. non è il posto più interessante del mondo: mentre Barcellona è dove sono nato.

carlos ruiz zafon verticaleNon ero solo a chiacchierare con Zafón. Tra le domande interessanti rivolte da altri, Elisa Vinai - qui la sua video intervista su PaperStreet - ha chiesto del perché non fossero ancora diventati film i suoi libri. Splendida la risposta di Zafón

Come mai non sono ancora stati tratti dei film dai suoi libri?

Proprio perché ho un'esperienza come sceneggiatore per il cinema, e so come si lavora, e non voglio che il mio lavoro entri in quel processo. Nella mia esperienza una delle cose che ho imparato è che preferisco tenere i miei lavori, e i personaggi dei miei libri lontani da quei processi (...) L'unico motivo per farne dei film sarebbe per denaro, e non c'è niente di male nel denaro, il denaro compra la libertà: ma in questo caso penso che il denaro che non guadagno non vendendoli sia il prezzo da pagare per conservarli, è quel che sento deve essere fatto.

Interessante anche quanto risposto a Barbara Sgarzi su Vanity Fair a tema social media:

Cosa ne pensa dei social media? Li usa? Pensa possano essere in qualche modo utili a uno scrittore?

Non credo. Sono solo un nuovo modo, sicuramente interessante, di promuovere cose, fare marketing. Essendo uno scrittore, poi, l’idea di dover comunicare restando dentro i 140 caratteri di twitter non mi piace per nulla. Credo che i social network siano una fonte di rumore, e il loro successo sia dovuto al fatto che sono percepiti come cool. Ma non è vero. E nascondono un pericolo: peggiorano la concentrazione, rendono la nostra attenzione sempre più labile.
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