Fantasmagonia, di Michele Mari

michele mari fantasmagoniaSono passati diversi mesi da quando ho parlato su queste pagine dell'approssimarsi dell'uscita di Fantasmagonia, di Michele Mari. Nel frattempo il libro è uscito, alla fine di gennaio. L'ho letto da quasi un mese e ora ne scrivo. Mi ci è voluto del tempo per riflettere sul come parlarne, sul come valutarlo.

Ogni volta che inizio un libro di Mari sono preso da una certa angoscia, anzi una tensione, in parte simile a quella che si prova nei momenti di valutazione, agli esami per esempio. Nella lettura di un libro normalmente sarebbe l'autore a dover essere nervoso, ad avere una certa ansia da prestazione. In questo caso invece è il lettore appassionato di Mari che la vive, e dico il lettore, generalizzando, perché ho il fondato sospetto che buona parte di coloro che amano Mari vivano la stessa paura, a ogni libro.

Si tratta in fondo della paura che quelle pagine ancora fresche di stampa possano contenere una delusione, il terrore che Mari fallisca nell'operazione di aggiungere, alla lunga serie di libri indimenticabili che già ha scritto, un nuovo "tassello adeguato", che, nel contesto della produzione di Mari, significa un libro capace di far scattare immediatamente il riconoscimento di alcuni tratti peculiari della sua scrittura: ridisegnare la realtà a forma di letteratura, riscrivere la letteratura a forma di ossessione, perpetrare la voce dei demoni con cui convive da sempre e altre tre o quattro cose che fanno della lettura dei suoi libri un'esperienza che somiglia, per la dipendenza che dà al lettore appassionato, a quella dell'eroinomane e della sua dose.

Chiariamo subito: il mio giudizio su Fantasmagonia è senz'altro positivo. Non potrebbe essere altrimenti visto che per qualità del racconto, per spirito di avventura, per livello di tensione e di coinvolgimento e per estensione e capacità di linguaggio, Mari è decisamente tra i migliori, se non il migliore in Italia in questi anni. E continua a confermarsi tale.

Lo nel romanzo - capolavori come La stiva e l'abisso, Tutto il ferro della torre Eiffel o Io venia pien d'angoscia a rimirarti sono già nelle nostre librerie da anni a dimostrarlo - ma lo è anche nel racconto, arte breve in cui Mari può vantare una buona decina di pezzi indimenticabili - Otto scrittori, Certi Verdini, I palloni del signor Kurz, per esempio.

E anche alcuni dei tasselli che formano questo "libro di racconti" (sulla differenza tra libro di racconti e raccolta di racconti vi rimando a una recensione di Gero Micciché che l'ha spiegata molto bene) sono assolutamente indimenticabili - Fantasmagonia, prima di tutto, ma anche Iride e madreperla, Ballata triste di una tromba o Sangue dalle rape, per esempio.

Eppure dopo alla fine del viaggio che attraversa luoghi come una cantina dell'Assia meridionale che nasconde al mondo e alla storia della letteratura l'inedita infamia dei fratelli Grimm, un settore di uno stadio fantastico in cui Omero e Borges dialogano sulla natura dell'invenzione e della tradizione letteraria, un asteroide sul quale Pierino Porcospino strangola il Piccolo Prinicipe e una stanza di una Villa svizzera in cui Mary Shelley indica al domestico la vera e terrificante origine della sua Creatura, la sensazione che mi rimane - da lettore fanatico e fondamentalista di Michele Mari, è però ambigua.

Sì perché pur essendo questi racconti ai vertici della narrativa breve italiana, non mi soddisfano pienamente. Chiariamoci, dico "non mi soddisfano pienamente" come lo direbbe il goloso, ancora affamato dopo aver mangiato una porzione del suo piatto preferito. Insomma, questi racconti di Mari sono molto belli, ma mi fanno venire voglia di perdermi nei labirinti di un grande romanzo marico, uno di quelli che durano almeno tre-quattro giorni. Questi 30 racconti mi sono durati due ore e mezza di treno, non mi basta.

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