Englander e Auslander a confronto con Anna Frank

auslander Prendo spunto dall'avvicinarsi della Giornata della memoria per segnalare una notizia che mi ha incuriosito, ovvero il fatto che Nathan Englander (di cui ho amato molto ad esempio Per alleviare insopportabili impulsi, raccolta di racconti pubblicati da Einaudi) e Shalom Auslander (autore fra le altre cose, per Guanda, del Lamento del prepuzio) si siano ispirati, per alcune loro recenti creazioni letterarie, alla figura di Anna Frank.

Englander si chiede ad esempio, citando Carver, Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank, in un suo racconto che sarà inserito in una raccolta che uscirà a settembre per Einaudi. Racconto che ha ricevuto numerosi apprezzamenti, fra i quali quello di Franzen che ha parlato di “una combinazione eccezionale di umiltà e certezza morale con cui riesce ad integrare la commedia raffinata con grandi tragedie".

Auslander invece parla di Anne Frank servendosi della sua verve caricaturale e il suo humour al vetriolo, immaginandola nel suo ultimo romanzo Hope: A tragedy, come una anziana vecchietta sopravvissuta all'Olocausto che – per sua sfortuna – un burbero inquilino si ritrova al piano di sopra, dovendone sopportare le manie di grandezza e il continuo tic tac dei tasti della macchina da scrivere.

In Hope: A tragedy, di cui parla questa settimana il NyTimes definendolo un esperimento riuscito, Auslander porta fino in fondo alla caricatura, appunto, senza temere evidentemente di essere accusato di scarsa sensibilità nei confronti dell'immane dramma dell'Olocausto – e della tragica fine della stessa povera Anne, che riportata nella sua dimensione di cronaca storica fa ovviamente ben poco ridere.

Sentite qua quel pazzo di Auslander infatti cosa fa pronunciare alla sua Anne invecchiata:

“Me, I’m the sufferer,” Anne finally says. “I’m the dead girl. I’m Miss Holocaust, 1945. The prize is a crown of thorns and eternal victimhood. Jesus was a Jew, Mr. Kugel, but I’m the Jewish Jesus.”

Entrambi un-politically correct, mostrano il talento di interpretare la proverbiale capacità dell'umorismo yiddish di lavorare sofferenza, morte, violenza trasformandola in ingranaggio comico in maniera violentemente irriverente, magari dando alla tragedia i tratti di una storiella popolare. E' solo così che, forse, può nascere una epica “comica” - ovvero antiretorica - della storia dei dolori di un popolo.

Infatti Anne per Auslander diventa una bisbetica con manie di grandezza, ma non ci scandalizza la sua immagine di vecchietta vanagloriosa e in crisi di ispirazione. Perchè forse, in fondo, il bello è proprio quello: immaginare Anne viva, immaginare che sia invecchiata. E sopravvissuta, quindi, rientrando in una cornice di “normalità” borghese che la storia invece le brutalmente ha negato.

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