Riflessioni di fine anno con Carlos Fuentes

Lo scrittore messicano Carlos Fuentes nel libro “In questo io credo” ci porta nel mondo della sua interiorità.

Riflessioni di fine anno con Carlos Fuentes

Ci sono dei libri che vanno centellinati e letti lentamente, a più riprese, se possibile: sono quei libri che nascono come raccolte di pensieri dell'autore, di sue riflessioni, quasi una sorta di breviario intimo che permette a noi lettori di poter sbirciare il mondo attraverso gli occhi dell'autore. Uno di questi testi, che ho avuto l'opportunità di rileggere da poco, è In questo io credo di Carlos Fuentes, disponibile per il mercato italiano nelle edizioni Il Saggiatore (con la traduzione di Eleonora Mogavero)

Lo scrittore messicano – deceduto nel 2012, già Premio Cervantes 1987, Premio Grinzane Cavour 1994, Premio letterario Giuseppe Acerbi 2004 – raccoglie in questo testo un abbecedario del suo mondo, delle sue passioni, del suo modo di sentire e vedere la realtà: dalla A di amicizia alla Z di Zurigo è tutto un cammino che si svolge dentro l'autore e fuori di lui, sotto gli occhi di noi che leggiamo. A proposito della lettura, per esempio, scrive:

Il dilemma del destino del libro e della lettura nel nostro tempo può essere illustrato da due esempi estremi. È sufficiente introdursi nel mondo indigeno messicano per verificare la stupefacente capacità di uomini e donne delle popolazioni aborigene di raccontare storie e ricordare miti. Poveri e analfabeti, gli indios messicani non sono sprovveduti culturalmente. Tarahumara e huichol, mazatechi e tzotzil posseggono uno straordinario talento per ricordare e immaginare sogni e incubi, catastrofi cosmiche e rinascite abbaglianti, come i più minuziosi dettagli della vita quotidiana. A ragione Fernando Benítez, il grande scrittore messicano che li documentò con estrema precisione, disse: «Ogni volta che muore un indio, un’intera biblioteca muore con lui».

E l'altro esempio:

All’estremo opposto troviamo un’opera di fantasia terribilmente attuale, il romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, dove una dittatura, in questo caso perfetta, vieta le biblioteche, brucia i libri e tuttavia non può impedire che un’irriducibile tribù di uomini e donne memorizzi la letteratura del mondo, finché lui o lei diventano, davvero, l’Odissea, L’isola del tesoro, o Le Mille e una notte. Quello che le due biblioteche (una nella testa di un indigeno dalla cultura soltanto orale, l’altra nella memoria di un superyuppy postmoderno, postcomunista, postcapitalista, posttutto) hanno in comune è la possibilità universale di scegliere fra il silenzio e la voce, la memoria e l’oblio, il movimento e l’immobilità, la vita e la morte.

Solo un assaggio, ovviamente. Ma a scorrere tutti i lemmi di questo dizionario del credo di Fuentes (per elencare alcune voci: amore, bellezza, Dio, donne, felicità, gelosia, globalizzazione, Iberoamerica, morte, politica, sesso, xenofobia...) si è presi quasi da un senso di vertigine per le sensazioni che si provano, sensazioni acuite dal fatto che chi le scrive è un autore oggi quasi ottantacinquenne, il che gli conferisce autorità e allo stesso tempo distacco per poter dire, senza paura alcuna, ciò in cui crede.

A noi il compito di lasciarci guidare dall'immaginazione, come scrive Fuentes nella riflessione sul romanzo:

Il romanzo ci propone la possibilità di un’immaginazione verbale come una realtà non meno reale della storia stessa. Il romanzo annuncia di continuo un nuovo mondo: un mondo imminente. Perché il narratore sa che, dopo la terribile violenza dogmatica del XX secolo, la storia è diventata una possibilità e non sarà mai più una certezza. Crediamo di conoscere il mondo. Adesso, dobbiamo immaginarlo.

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