Diderot e la Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono

Un saggio per analizzare i cardini della percezione, visiva e non.

Ci sono pilastri della letteratura mondiale dai quali non ci si dovrebbe mai separare. Uno di questi è senza dubbio la luminosa riflessione condotta dal filosofo Denis Diderot nella "Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono", magistrale trattatello destinato ad illustrare ai vedenti le basi dell'apprendimento del reale delle persone affette da importanti deficit visivi. Una perla che a partire dal clamore sollevato dal resoconto dell'intervento del chirurgo inglese William Cheselden, arrivato a guarire la cecità congenita causata dalla cataratta in un ragazzo di quattordici anni, e apparso sulla rivista della Royal Society, rimette in questione alcuni pregiudizi della formazione dei concetti centrata sul pensiero visivo.
A partire dalla citazione virgiliana in epigrafe Diderot: “Possunt, nec posse videntur” (Eneide, V, verso 231), che tradotta in italiano assume il senso di “Possono perché credono di potere” il filosofo dei lumi per eccellenza rischiara l'intelletto del lettore a proposito del famoso problema di Molyneux, banco di prova della disputa tra empiristi e innatisti, posto nel 1688 dallo studioso di ottica William Molyneux all'amico Locke con il caso di un cieco dalla nascita, al quale si sia insegnato a distinguere mediante il tatto un cubo da una sfera. Ove questi recuperi improvvisamente la vista, sarà in grado di distinguere il cubo dalla sfera, senza far ricorso al tatto? A tal proposito Diderot propenderà per la posizione di La Mettrie-Condillac:

Io non penso affatto che l'occhio non possa istruirsi o farsi la sua esperienza da sé. Questa capacità non gliela dà il tatto, ma l'occhio l'acquista da sé.

Ai lettori avvertiti l'ardua sentenza. E per chi avesse un po' di tempo per concedersi una passeggiata letteraria tra le pagine di alcuni capolavori della letteratura conservati in pregevoli edizioni presso la BNF di Parigi, segnaliamo che molti preziosi esemplari sono ormai disponibili grazie alla digitalizzazione all'interno della grande risorsa online costituita dalla Biblioteca digitale di Gallica, un piacere difficile da descrivere con le parole.

Nella foto il frontespizio dell'opera, nell'edizione del 1749, tratto da it.wikipedia.org.

Via | gallica.bnf.fr

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