La Casa per Pablo Neruda

Dimora di vita e di morte per il poeta cileno.

Nei giorni che precedono il Natale, quando gli amici di sempre si sposano e raggiungono le dimore che si sono costruiti intorno, quando gli alberi illuminati raccontano mille storie di luci e il vischio attende silenzioso la sua ora di gloria ritorno a Pablo Neruda, alla sua tormentata storia, al suo indiscusso amore per la patria e alla sua capacità di rendere casa ogni luogo, insostituibile risorsa del poeta, che abita nelle parole come un contadino mai pago nella sua magione costruita pietra a pietra ed impastata con malta.
Perché risuonano, negli scricchiolii notturni dei mobili in legno, nella materia sottratta alla sua sede naturale e modellata per volere umano, le voci di un mondo sottile e ombreggiato, parallelamente alloggiato nella "sgangherata casa di frontiera", sferzata dai venti di guerra e dalle tempeste astrali. In quel luogo silvestre, composto da pareti ancora fresche, costruiranno il loro futuro ben oltre ogni esilio. Ho estratto una parte della poesia "La Casa", inserita nel "Canto Generale" del 1950 (testo integrale in spagnolo sul sito della Fondazione Neruda) e la riporto qui di seguito, testimonianza acuta della vita che irrompe senza limiti, con tutto il suo travolgente e palpitante magma.

Più tardi ho amato l'odore del carbone nel fumo,
i lubrificanti, gli assi di gelida precisione
e il grave treno che attraversava l'inverno disteso
sulla campagna, simile a un bruco orgoglioso.
All'improvviso tremano le porte.
E' mio padre.
Lo circondano i centurioni della ferrovia:
ferrovieri avvolti nei mantelli bagnati,
con il loro vapore e la pioggia rivestivano
la casa, la cucina si riempiva di racconti
arrochiti, si vuotavano i bicchieri,
e fino a me, da quegli esseri, da quella separata
barriera in cui abitavano i dolori,
giungevano le angosce, le accigliate
cicatrici, gli uomini senza denaro,
l'artiglio minerale della miseria.

Photo by Juan Samoral.

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