Centocinquanta anni fa moriva a Roma Giuseppe Gioachino Belli

Ricorrono oggi i 150 anni dalla morte di Giuseppe Gioachino Belli, grande poeta che ha immortalato la vita della Roma papalina.

Centocinquanta anni fa moriva a Roma Giuseppe Gioachino Belli

Il 21 dicembre 1863, cioè centocinquant’anni orsono, moriva a Roma il poeta Giuseppe Gioachino Belli, noto per le sue poesie in dialetto romanesco (sono ben 2279 i suoi sonetti in vernacolo) ma anche autore di poesie in lingua italiana, meno note, ma altrettanto interessanti (non dimentichiamo che il Belli fu socio di varie accademie romane come l’Arcadia, l’Ellenica, la Tiberina – di quest’ultima fu anche fondatore). Aveva settantadue anni.

I celebri sonetti sono stati scritti negli anni 1830-1830 e poi 1843-1849 e pubblicati postumi: in questi componimenti Belli dipinge un quadro, tragico e allo stesso tempo comico, della Roma papale di Gregorio XVI, con uno sguardo che va dalle plebe, povera e calpestata, alla corrotta società prelatizia e nobiliare. Gli intenti di Belli nel comporre questi sonetti sono da egli stesso chiariti nell’introduzione ai Sonetti romani:

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza. Oltre a ciò, mi sembra la mia idea non iscompagnarsi da novità. Questo disegno così colorito, checché ne sia del soggetto, non trova lavoro da confronto che lo abbiano preceduto.

L’aspetto singolare delle poesie di Belli salta ancora più agli occhi se li si paragona alla sua vita privata: mentre questa fu improntata a conformismo, le sue poesie sono tutte di denuncia. Secondo gli studiosi, tale contraddizione si spiega con il fatto che il poeta era orientato verso un riformismo illuministico e temeva ogni trasformazione sociale provocata dall’iniziativa popolare. Ma temeva anche di incappare nella censura (anche se non pubblicò mai i suoi sonetti, anzi diede disposizione di bruciarli dopo la sua morte, volontà che il figlio non rispettò), come ebbe a scrivere sempre nell’introduzione ai sonetti:

Facile però è la censura, siccome è comune la probità di parole. Quindi, perdonate io di buon grado le smaniose vociferazioni a quanti Curios simulant et bacchanalia vivunt, mi rivolgerò invece ai pochi sinceri virtuosi fra le cui mani potessero un giorno capitare i miei scritti, e dirò loro: Io ritrassi la verità. Omne aevum Clodios fert, sed non omne tempus Catones producit. Del resto, alle gratuite incolpazioni delle quali io divenissi oggetto replicherò il tenor della mia vita e il testimonio di chi la vide scorrere e terminare tanto ignuda di gloria quanto monda d’ogni nota di vituperio.

I componimenti poetici del Belli hanno, quindi, un chiaro intento documentario e rappresentano da un lato le pene quotidiane, la filosofia, le superstizioni, i bisogni elementari, gli sfoghi, le risse del popolo e le sue case povere e buie e, dall’altro, gli ambienti, i riti, le figure del clero e del patriziato. In mezzo, i tribunali, gli uffici, i monumenti, le piazze e le stagioni a Roma.

Con questo grande affresco “dal basso” della società romana del suo tempo, Giuseppe Gioachino Belli reagisce all’aura mistica e fantastica del Romanticismo per costringerci a guardare verso la realtà di una società in rovina, caratterizzata sì da macchiette e sberleffi, ma pur sempre sofferente. E oggi, a distanza di centocinquanta anni, le cose sembrano cambiate di poco.

Foto | Michele Tripisciano, Statua a Giuseppe Gioachino Belli in piazza Belli a Roma, Trastevere - Yellow.Cat

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