Un filo d'olio, di Simonetta Agnello Hornby

simonetta agnello hornbyImparavo ogni giorno piccoli accorgimenti. Un filo d'olio era prezioso in ogni frangente: rinfrescava i resti e le verdure cotte in anticipo, ancora tiepide, esaltandone gli odori; faceva “rinvenire” lo sfincione da riscaldare; trasformava in squisite pizzette le fette di pane raffermo bagnate in acqua e latte, coperte di pomodoro pelato, pezzetti di tuma e con un nonnulla di sale e origano, e passate velocemente nel forno.

Simonetta Agnello Hornby sfodera in Un filo d'olio i “gioielli di famiglia”: le preziose ricette passate dalle mani di parenti e collaboratori in quel di Mosè, dove c'era la tenuta di campagna in cui ci si trasferiva tutte le estati per passare le ferie.

Non ci sono solo ricette (in ogni caso le trovate superati i tre quarti del libro, a cura della sorella Chiara Agnello) ma la narrazione di tutto il mondo che ruotava intorno a sapori, odori, gesti di preparazione tramandati per lo più senza scriverne una riga, all'interno delle cucine.

Personalmente, guardare qualcuno che impasta e lavora ingredienti, squaglia, mescola, aggiunge manciate di polveri e dosa al punto giusto l'occorrente mi ha sempre affascinato. Altrettanto affascinata sono rimasta allora immaginando l'odore del caffè d'u parrinu (“un misto di cacao, chiodi di garofano, caffè e cannella”).

Oppure al leggere come si svolgeva il giorno della “famiata”, quando si fa il pane, eseguendo una sorta di rito sacro e immutabile in cui ognuno ha il suo ruolo e anche i più piccoli rimangono in silenzio, in attesa del momento migliore, quello in cui si assaggia “pane caldo e olio – in assoluto il cibo più buono che abbia mai gustato”.

A Mosè “le camere degli ospiti non rimangono mai vuote” e si sceglie di “mangiare quello che si produce, come i contadini”, le uova fresche di pollaio, i fiori di camomilla raccolti uno ad uno e messi a seccare.

Ma c'è anche il racconto dell'organizzazione dei lavori nei campi, della festa delle “mennulare”, giovani povere mandate a raccogliere le mandorle per guadagnare qualche soldo per il corredo, e l'invasione dei “pretini”, seminaristi che una volta l'anno fanno l'escursione a Mosè, palliti e impacciati, ma pronti a correre con le tuniche al vento e improvvisare canti popolari quando la bella giornata, la natura e il vino hanno compiuto la loro opera.

Poi avviene l'iniziazione in cucina, dovuto a un momento economico poco felice che richiede sia rimpiazzato il personale di servizio, e il gusto di fare i primi dolci; lo stile impeccabile di madre e zia in cucina e il libro segreto delle ricette della nonna Maria. E nasce anche, nell'autrice, il piacere di essere padrona della cucina per organizzare le conserve.

In realtà, tutti i lavori grossolani mi davano grande soddisfazione: scrostare pentole, griglie e teglie di biscotti con la spugnetta di ferro e stracci di sacco; pulire i lavelli; stricare le balate e lucidare le pentole di rame.

Nel frattempo, si mescolano nei suoi occhi e nelle sue orecchie di bambina storie di parenti anziane, pettegolezzi strappati di bocca ai più grandi, giovani aiutanti cuciniere perseguitate dal pianto, tragicomiche fuitine, come quella della figlia di Paolo, favorita dallo stesso padre che non aveva soldi per farle il corredo.

Simonetta e i suoi fratelli crescono negli anni '50, arrivando a sfiorare, nell'adolescenza, il boom economico: e così arriva, dopo il primo frigorifero (già di suo una “rivoluzione” in cucina) il primo televisione. Boom che però sembra in un primo momento fare poca differenza. A Mosè infatti si torna tutte le estati, con i genitori, e guai a lamentarsi della noia, visto che “le persone intelligenti non si annoiano mai”, come le ripete sua madre, mentre lei non può far a meno di sognare di scorrazzare al mare con i suoi coetanei.

Ero più che pronta a lasciare Mosè, quando venne il momento di riprendere l'aeroplano per Roma...Sentivo che mi sarebbe mancata soltanto la cucina: le mattinate laboriose, gli odori, i sapori della campagna, dall'uovo fresco ai fichi d'india, alla magnifica quagliata – candida e tremolante, che si scioglieva in bocca -, al pane di Rosalia.

S. A. Hornby
Un filo d'olio
Sellerio
14 euro

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