Gabriele Dadati e i suoi fantasmi

Qui a Booksblog ci abbiamo sempre provato a fare interviste vere, ma non ci riesce proprio. Niente di normale, niente di "ce lo aspettavamo" possiamo offrirvi. Per questo se il mio socio Carlo è completamente immerso nelle sue interviste del Caspio, io mi dedico ad un'altra difficilissima missione: convincere gli autori ad intervistarsi da soli.

Il primo a sottostare a questa richiesta è stato il bravo e giovanissimo Gabriele Dadati, autore per peQuod di "Sorvegliato dai fantasmi".

Hai scritto un libro di racconti che si chiama Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006) e di fantasmi non ce n’è nemmeno uno. Com’è che succede una cosa del genere?

I fantasmi non sono tra i personaggi, ma sono le voci che vengono ad assediare la testa dello scrittore facendo baluginare la necessità che si racconti la loro storia. Stanno lì, uno dopo l’altro e convincono che la storia va raccontata perché non può più essere taciuta: è una testimonianza e inoltre serve a vedere l’invisibile. Lo scrittore mette il suo io a disposizione dei fantasmi, se ne fa carico e racconta.

Ci sono solo i fantasmi?

Ad assediare me perché scriva ci sono dei fantasmi, sì, e solo quelli. Ma nella realtà di tutti i giorni ci sono anche altri prodigi. Io in esergo riporto uno stralcio da Emilio Cecchi che dice: «Il mondo è frequentato dagli angioli e dalle fate. E chi si distrae cinque minuti a legarsi una
scarpa, a scrivere un articolo o a comprare una scatola di cerini, perde un appuntamento col cielo e con la bellezza». Cecchi – così ammirato giustamente dal primo Montale – ha ragione, e questo è tutto.

Chi sono, di preciso, i fantasmi?

I fantasmi di questo libro sono: una madre che ha amaodia le modificazioni che la nascita di suo figlio ha portato nella sua vita; una psichiatra che affronta l’inferno dell’isola-manicomio di Leros; degli amici che si incontrano dopo anni e ricordano uno di loro che non c’è più; un uomo a cui Max Pezzali ha rubato la fidanzata e lui vuole riprendersela; una operaia che un giorno esce dalla routine lavorativa per riscattare la sua vita, diventare madre; un uomo che scopre che non esiste niente attorno a lui; un carcerato che si chiede a che punto nella storia dell’uomo, nell’evoluzione, compaia l’anima, a che punto la scimmia diventi uomo; Charles Manson; un
giovane medico che a inizio ‘900 sa che al passaggio della cometa di Halley il mondo finirà. E in ultima battuta ci sono io, lo scrittore, il figlio livido e dolce, che scrivo una lettera di dedica a mia madre.

Gabriele, cosa tiene insieme questo libro, se c’è qualcosa che lo tiene insieme?

Penso che le storie prendano carne dentro Gabriele, siano rivestite dalla sua pelle che si adatta, cambia colore, mette le squame o le piume ma non smette mai di essere la sua, in modo che tutto si tenga grazie allo stile ma questo stile cambi a seconda della necessità. E poi ci sono trasversalità: i molti ambienti chiusi, i pochi temi che tornano (la maternità, la reclusione, la redenzione), alcuni nomi che fanno capolino da un racconto all’altro, insomma una sensazione che è un po’ sempre quella.

Ma che razza di scrittore sei, in fin dei conti?

Se sono uno scrittore, sono uno scrittore che pensa che la letteratura sia una sistemazione della realtà che però include anche un oltre. E cioè non mi piace solo documentare quello che vedo, sento, so: mi piace anche poter aggiungere qualche cosa d’altro, che mi piacerebbe ci fosse, e questo è il sogno, è il senso. La scrittura, ha ragione Mozzi, è anche una faccenda di profezia.

  • shares
  • Mail