"L'Adieu" d'Apollinaire secondo Léo Ferré

Apollinaire manda il suo Adieu.
La poesia è una brina sottile, un piccolo sussulto che giunge al limitare della notte, quando il sonno non vuole arrivare e la mente non si rassegna a guardar fuori dalla finestra. In fondo non ci vuol molto a fermarsi un attimo, ma metterlo davvero a frutto, quell'istante rubato allo scorrere frenetico del tempo, è un'arte che non s'impara, ma si assapora lenta in un giorno di pioggia che lascia intravedere la città di Milano in tutta la sua bellezza, attraverso il vetro appannato di un taxi che passa davanti al Castello Sforzesco illuminato.

La poesia è nelle parole di un poeta francese, nelle sillabe scritte da Apollinaire per la sua Lou, in quei piccoli segnali che, nella voce di Léo Ferré, diventano scie di stelle cadenti rigorosamente fuori stagione. Traccie, che dietro l'addio del titolo, lasciano sperare ben altro. Un'attesa infinita oltre la vita, oltre ogni pensiero possibile, persino oltre il dolore, perché è solo nel tempo magico dei versi, che ogni tipo di limite perde spessore.


J'ai cueilli ce brin de bruyère
L'automne est morte souviens-t'en
Nous ne nous verrons plus sur terre
Odeur du temps Brin de bruyère
Et souviens-toi que je t'attends

Ho colto questo rametto di erica
L'autunno è morto, ricordatene
Non vedremo più su questa terra
Profumo di tempo e rametti di erica
E ricordati che io ti aspetto

Video da videosleoferre

Via | etudes-litteraires.com

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