Editoria: Stati Generali

Secondo una ricerca dell’AIE svolta in collaborazione con le Università di Trento e Bologna, gli italiani non spenderebbero più di 65 euro l’anno per l’acquisto di libri. La cifra è piuttosto bassa, molto al di sotto della media europea. All’interno dei nostri confini la situazione non è omogenea: si legge pochissimo al centro-sud, mentre la Lombardia assorbe da sola il 27% del mercato editoriale italiano. Di queste ed altre criticità del settore editoriale, nonché dell’opportunità di stimolare il consumo librario si parlerà il 21 e il 22 settembre, a Roma, in occasione degli Stati Generali dell’Editoria Italiana.




Secondo ulteriori ricerche esiste una corrispondenza diretta fra l’aumento del consumo di libri e il PIL degli stati europei. Per l’AIE basterebbe impinguire il mercato e accomodarsi in poltrona a contemplare la crescita del prodotto interno. Non a caso lo slogan dell’incontro è “investire per crescere”. Investire, certo, gli imprenditori librari, ma per far crescere chi?

Gli italiani comprano meno libri dei cugini inglesi, vero. Ma questi che tipo di libri comprano in più di noi? the Anarchist Cookbook, the You Are What You Eat Cookbook, the Fun Student Cookbook… quando si entra in una libreria inglese si è letteralmente sommersi dal trash: metà delle scaffalature sono occupate da stravaganti libri di ricette, l’altra metà da biografie. In Gran Bretagna le veline non sposano i calciatori, scrivono libri! Roba che nel catalogo della Penguin MelissaP farebbe la parte dell’intellettuale antagonista.



Il PIL deve crescere, vero. Il consumo di libri diffondersi, perché leggere fa bene a chi legge (e a chi vende libri). L’offerta che deve essere sostenuta, verissimo, soprattutto attraverso politiche tributarie, perfetto. Ma che offerta si deve sostenere? Siamo sicuri che agli italiani interessino le ricette di Katie Jordan Price (in foto). Non ne abbiamo abbastanza della Clerici?

Agli stati generali garantiscono che si parlerà molto anche di contenuti: bene, fra questi in molti auspicano che si parli di buoni contenuti, di libri per ragazzi. Non è quest’ultimo un settore che tira?



Alcune settimane fa Nantas Salvalaggio ha fatto notare che l'Italia, fanalino di coda nel consumo dei libri, è in testa per il numero dei premi letterari. Circa settemila in tutto, finanziati dalle pubbliche amministrazioni. Non sono queste forme di sostegno dell’editoria (oltre che della bella immagine dei sindaci del Bel Paese)? Secondo un altro studio, evidentemente non commissionato dall’AIE, se li si abolisse per cinque anni, il debito pubblico scenderebbe della metà: come a dire che le spese statali assorbite da manifestazioni paraletterarie gravano per la metà del debito pubblico. Viene da chiedersi se l’industria editoriale italiana abbia davvero bisogno di altri stimoli, o se non ci possa accontentare, come si è sempre fatto, di un PIL più basso e dell’ottimo ragù della mamma.

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