Il romanzo è morto, evviva le serie TV!

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Da qualche decennio viviamo in uno strano momento della storia della cultura, un periodo che sembra aver fretta di decretare la morte di quasi tutto. La poesia è morta, è morto il romanzo e insieme a lui il vero scrittore, è morta anche la critica, la teoria letteraria, sono morte le riviste, insomma, sembra che sia morta l'intera letteratura.

Soffocati da tanto fervore apocalittico ci siamo scordati la grande regola del mondo, quella che dice che nulla si crea e nulla si distrugge e che oltre a descrivere il funzionamento energetico dell'universo, funziona discretamente anche con il mondo della finzione letteraria. Tutto cambia, dunque, si trasforma, ma non muore.

A ricordarcelo ultimamente ci ha pensato Aldo Grasso con un pezzo molto interessante dedicato alla presunta morte del romanzo. Il giornalista del Corsera lancia una suggestione: il romanzo non è morto, è stato semplicemente sostituito da altre narrazioni, e lo dice pensando alle serie televisive americane degli ultimi anni, da Lost a Breaking Bad, da The Wire fino a Bored to Death o all'attesa riproposizione seriale de Le correzioni di Franzen, tra l'altro a cura di Franzen stesso.

Grasso cita Gary Shteyngart, autore di un romanzo molto popolare negli States, che dice: «Canali come Hbo e Showtime stanno conquistando tutti. La tipologia di artifici narrativi che sono sempre apparsi in forma di romanzo, ora compaiono in serie come The Wire e Breaking Bad. Queste serie innescano la “spinta narrativa” che chiediamo, ci insegnano diversi mondi e diversi modi di vivere.»

In breve, le serie stanno andando a colmare quel bisogno di storie che proprio il romanzo, all'epoca del suo avvento, aveva contribuito a provocare nel pubblico dei lettori. In fondo, tra l'atto di creazione di un Alexander Dumas che si inventa la storia del Conte di Montecristo e quello di un J.J. Abrahms qualsiasi che di inventa la scintilla narrativa da cui scaturisce la serie fiume Lost non c'è molta differenza.

Solo un dettaglio di ciò che sostiene Grasso non mi trova d'accordo. Infatti, quando scrive "Nomini brand come Hbo e Showtime e, a proposito di tendenze culturali, pensi a cosa un tempo erano Einaudi e Adelphi", credo che si sbagli. Sono ancora convinto, infatti, che il termine di paragone adatto per inquadrare le serie televisive non sia il romanzo tout court, ma che piuttosto sia il romanzo mondo ottocentesco, il feuilleton, che spesso non a caso era seriale.

Via | Corsera

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