"Ritornano le ombre" di Paco Ignacio Taibo II

"Ritornano le ombre" di Paco Ignacio Taibo II

Non è un triller in salsa sudamericana, né un romanzo storico sulla fuga dei nazisti (e sulla loro più che presunta sopravvivenza mascherata) e nemmeno il racconto, sicuramente stranamente eroico, di una rimpatriata tra quattro amici a distanza di vent'anni. E' un po' di tutte queste cose messe insieme e in realtà forse nessuna di loro distintamente. Ma, andiamo con ordine, cosa peraltro non facile nel marasma caotico di vicende intrecciate e di voci da coro.

Scrivere un romanzo è fondamentalmente mancanza di pudore. Anche pettinarsi è mancanza di pudore, soprattutto se si fa con l'intento di mascherare la cicatrice che corre all'attaccatura dei capelli. Ma pettinarsi è una mancanza meno grave, mentre scrivere è grave. Significa mascherare la realtà, nascondere la paure, reinventare le cose che si sono dette e, soprattutto, le persone che le hanno dette.

Afferma lo spagnolo Paco Ignacio Taibo II e niente meglio che il suo "Ritornano le ombre" può dargli ragione. E' davvero un libro ambientato in sud America, in Messico più precisamente, senza tralasciare puntate nelle piscine dell'Avana per ritrovare un Ernest Hemingway perso nei fumi delle sue "mistiche peregrinazioni alcolico-letterarie", negli anni '40, o almeno così sembra. Ma è anche l'occasione del ritrovo di quattro individui che in quanto a stranezza non hanno niente da invidiarsi vicendevolmente.

Accanto alla voce narrante, ex avvocato delle cause perse internato in un manicomio, ci sono: un giornalista ateo e disperatamente romantico che, sopravvissuto ad un tentativo di suicidio, anela perdutamente un riscatto fin troppo terrestre, un cinese che ha perso la "elle" gettandosi nella causa della difesa degli indios chiapanechos e un autore ibrido che si divide tra i suoi romanzi porno e i servizi segreti messicani.

Insomma un caos di rara ampiezza, e ancora più ammirevole gradevolezza. Perché nonostante l'intreccio a volte ai limiti dell'improbabile, la scrittura di Paco Ignacio Taibo II fa da collante tra universi agli antipodi riuscendo a mettere nello stesso calderone, le Walkirie e il clima tropicale, le parate a 40° e il peyote, senza mai tirarne fuori una "bevanda pesante". Se poi ci si aggiunge che la posta in gioco è molto più alta di quanto si potrebbe immaginare a prima vista, non resta che procurarselo!

Il romanzo non è nato per dare soddisfazioni agli amanti dell’ordine. E’ fatto per divertirsi con le vertigini, per creare casino, per goderne, per rimestarlo.
Non si tratta di rispondere a domande ma di farne altre, sempre nuove, sempre più inquietanti.
Il romanzo , come la realtà reale, come le storie che conosciamo tutti e le storie che ci capitano sempre, è pieno di parentesi, buchi, ellissi che ballano saltellando da una parte e dall’altra senza desiderare concretizzarsi, senza voglia di spiegarsi.
Credo di essere ben lontano dall’illusione che quando la vita diventa profondamente incoerente arrivi il romanzo a metterci una pezza.
D’altra parte non dobbiamo lamentarci troppo. Il romanzo è certamente il guercio in questo luminoso deserto messicano in cui abbondano i ciechi.

Via | digilander.libero.it/confratchianti

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