Baricco da Fazio racconta perché si scrive: il video e qualche ragionamento

Ho guardato questa nuova uscita di Baricco - la seconda in poche ore - perché un amico scrittore, uno bravo che molto difficilmente parla inutilmente, lo ha pubblicato qualche ora fa sul proprio profilo facebook includendo in calce un messaggio simile a un appello: la richiesta di unire le forze per cercare di capire il messaggio baricchiano, che al primo ascolto scivola via che è una meraviglia, ma che lascia in bocca una strana sensazione.

Incuriosito dalla richiesta del mio amico ho seguito le sue istruzioni: il monologo comincia a 11:28, forse leggermente prima, e vale la pena di starlo a sentire, non tanto perché dica cosa pazzescamente intelligenti, né utili, ma più semplicemente perché è un discorso bellissimo, talmente bello da lasciarvi storditi e vogliosi di esplorarne le profondità. E qui viene il bello.

La seconda e la terza volta che lo si osserva lo si fa, ovviamente, con più distacco emotivo, meno sospensione dell'incredulità. Alle volte ci si concede anche il lusso di tornare indietro, per rivedersi qualche passaggio. Io almeno ho fatto così. E entrambe le volte mi è sembrato di assistere al funzionamento di un gigantesco marchingegno luccicante fabbricato ad arte, perfettamente lubrificato e preciso al millesimo.

Confesso che la sensazione non è stata bellissima. Avevo già provato al stessa sensazione questa mattina, dopo aver visto l'intervento dello scrittore torinese alla convention di Renzi, il Big Bang. Ancora una volta mi era venuta in mente quella metafora del lupo che spiega quanto siano pericolosi i lupi a un branco di agnelli. A quel punto ho creduto di aver capito l'arcano. Ovvero che sotto non c'era poi così tanto da capire.

Il libro giapponese delle 120 mosse per tirare con l'arco, il lavoro di perfezionamento e di sintesi del maestro fino al suo successivo e immediato superamento da parte delle armi da fuoco, le 12 poesie e così andare fino a quella frase finale. Non c'è una cosa del discorso di Baricco che non sia perfettamente levigata, aggiustata, calcolata.

La critica letteraria non è certo una scienza, prevedo dunque la possibilità di aver preso un abbaglio, eppure mi resta la convinzione che dietro questi due discorsi - che per alcuni punti di vista, in primis proprio per questa levigatezza artificiosa, si assomigliano - più che l'esigenza di sviscerare un qualche verità, necessità o utilità si nasconda la volontà di essere belli, suadenti, lisci come l'olio. Quasi che lo spettatore, una volta terminato lo sketch si ritrova un poco intontito, stordito da un liquore di cui non si ricorda neppure più il gusto.

In fin dei conti, se per un attimo questi due discorsi mi hanno fatto percepire una vena di profonda intelligenza, di equilibrio e di bellezza, l'attimo dopo mi hanno abbandonato alla triste noia di dover constatare l'ennesima delusione: non è il caso di affaticarsi, è marketing. Marketing curatissimo e gradevolissimo, ma pur sempre marketing.

Ricordo che un paio di anni fa, forse tre, un'estate altrimenti semplicemente era stata infiammata da un battibecco tra un critico e uno scrittore - di entrambi non farò il nome, benché siano facilmente rintracciabili. Il critico accusava lo scrittore di aver scritto un libro scandaloso, mente lo scrittore - o forse addirittura l'agente dello scrittore - gli aveva risposto che poteva dire quello che voleva, che tanto bastava che il suo nome comparisse nel titolo dell'articolo. Se poi dentro ci fossero finanche le prove che lo scrittore era un omicida a lui non interessava. La critica era stata fagocitata dal marketing.

Quel giorno la critica fu finalmente dichiarata morta. Ormai era chiaro, non contava più l'analisi, né la critica, contava solamente lo spazio che questa aveva nella stampa, perché rappresentava l'indice di popolarità, e quindi di vendita. In questo weekend Baricco ha fatto una mossa simile - dimostrandosi come uno che difficilmente sceglie di muovere per secondo - è passato sui due palcoscenici più importanti del fine settimana (Big Bang e Fazio) e ha impartito le sue suadenti lezioni.

La cosa peggiore è che pur avendo capito il meccanismo noi che scriviamo di libri e di scrittori siamo costretti a cadere nella trappola. Non possiamo certo arrenderci all'evidenza che l'unico modo per criticare un autore sia non parlarne. Quella sarebbe censura e trasformare il nostro lavoro da inutile e a volte noioso a criminale. ora posso finalmente rispondere alla domanda che mi sono posto all'inizio: secondo me più che genio è supercazzola. Geniale, ma pur sempre supercazzola.

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