Tu non c'eri di Erri De Luca

Tu non c'eri di Erri De Luca

Il libretto che sfoglio accuratamente è talmente piccolo da sembrare un quaderno di note di un viaggiatore scarno ed essenziale. Ma non bisogna lasciarsi ingannare "Tu non c'eri" è allo stesso tempo la cronaca della resa dei conti tra un padre vecchio rivoluzionario e suo figlio ormai adulto, un inno alle Dolomiti, e un vero e proprio saggio sulla lotta per il riconoscimento delle autocoscienze di hegeliana memoria. Non male per un testo di sole quarantacinque paginette che ha la forma ambiziosa della "scrittura per scene". Ancora altezze intrise di rimpianto, dopo "Il peso della farfalla", Erri De Luca ritorna ai rilievi scegliendoli come sfondo di quella scalata simbolica che è la vita stessa, morbosamente colpevole ed innocente:

PADRE: Scegliesti la morte, solo i suicidi possono e non è il caso mio. Ma se mi fosse capitato di avere un paio di alternative, avrei scelto questa. Ho avuto una morte pesata sulla vita svolta. Niente ospedale con fili pendenti, aghi, cateteri, flebo a irrigare vene con l'impianto a goccia. Niente fine da pianta dentro un vaso, ma quella di un cespuglio nella tramontana. Non ho voluto nessuno, neanche te, vicino mentre la vita s'irrigidiva dentro e si fermava. Non ho voluto nessuna mano a trattenermi. Ma da qualche parte intorno alla montagna il vento era diventato un coro. Sbatteva i coperchi di latta contro le sbarre come nelle proteste di prigione, tirava su una rete da peschereccio con il verricello, si vedevano bene i bordi del mio golfo d'infanzia come succede dopo l'acquazzone, che brillano da vicino i vetri dell'isola di fronte. Sentivo il fritto delle melenzane di mia madre, toccavo il legno bianco di sale di un albero sbattuto sulla spiaggia, e sulla lingua lo sputo diventava sangue.

UOMO: Non c'ero papà. In questo la tua morte è stata per me uguale alla tua vita. Tu non c'eri nella mia, io non c'ero nella tua morte. Era l'ultima occasione di coincidere e l'abbiamo mancata, come tutto il resto. Ecco sto arrivando al termine della scalata. Vedo la croce di vetta alla quale non ti avvicinavi. Una croce vuota, senza il corpo inchiodato, dicevi, è un patibolo in attesa del prossimo condannato.

Di quella vicenda unica ed irripetibile che si sviluppa in maniera quasi indipendente rispetto alle intenzioni dei suoi stessi "attori". Il dialogo che sarebbe caduto nel vuoto della morte, si riapre, immaginando parole lontane dal compiacimento dell'accordo. Funestamente figli di epoche diverse, i due personaggi che quasi si fronteggiano nella scalata, sono irriducibili al rapporto di sangue che li lega. La lotta politica per il padre e quella intimistica del figlio sono però due aspetti terribilmente complementari... a loro stessa insaputa.

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