Cosa c'è che non va nel Premio Nobel?

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Quest'anno l'assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura al poeta svedese Tomas Tranströmer ha scatenato un discreto numero di critiche e di strascichi polemici. Ma chi è sto qua? Chi l'ha mai letto? Ma cosa diavolo avrà mai fatto agli svedesi Philiph Roth? E via dicendo.

Critiche che hanno portato qualcuno a lanciare provocazioni del tipo, aboliamo il premio Nobel, o facciamolo ogni quattro anni. In questi giorni moltissime ottime penne del giornalismo culturale si sono scervellate per capire cosa non funziona nel Premio Nobel, ovvero perché ogni tanto ci sia così tanto distacco tra le aspettative del pubblico e le decisioni dell'Accademia Svedese. Ma in fondo è sempre la stessa storia, capita ogni volta che il premio viene assegnato a qualche scrittore che la maggior parte del pubblico mondiale non conosce.

In ogni caso tra tutte le analisi che ho letto finora, la migliore è quella scritta da Tim Parks per il New York Review of Books. Lo scrittore e traduttore inglese - che qualche settimana fa abbiamo intervistato al Festivaletteratura di Mantova - riesce infatti ad individuare esattamente il problema, senza sbattere in faccia ai giurati l'accusa di snobismo e, nello stesso tempo, senza accusare il pubblico di essere troppo pop.

Ebbene, la soluzione è semplicissima. Basta andare a spulciare tra gli atti di fondazione dell'Accademia Svedese delle Lettere. Molti forse pensano che questo organo sia nato contemporaneamente alla propria missione, quella di assegnare il Nobel per la Letteratura. Bene, si sbagliano. Se l'istituzione del premio è avvenuta alla fine dell'Ottocento - il primo Nobel fu assegnato nel 1901 - la fondazione dell'Accademia risale a quasi un secolo prima.

Di più, quando nel 1796 l'Accademia Svedese delle Lettere visse i suoi primi giorni, i suoi componenti avevano il compito di «promuovere la purezza, la forza e la sublimità della lingua svedese». Dice Parks: «Come può essere compatibile questo compito con quello di identificare la più bella opera letteraria di tendenza idealistica - "of an idealistic tendency" - in tutto il mondo?

Nell'espressione che ogni lettore farà nell'immaginarsi la scena di questi professoroni svedesi che leggono un poeta indonesiano o un narratore vietnamita è insita la risposta a questa questione. Questi misteriosi e anonimi membri dell'Accademia Svedese sono dei professori a tempo pieno, sono dei grandissimi esperti della loro lingua - tanto da esserne i difensori istituzionali, un po' come gli Accademici della Crusca - non sono di certo dei perfetti conoscitori delle tendenze letterarie mondiali.

Ed è per questo che quest'anno non c'è niente da rimproverare ai giurati: almeno hanno scelto un autore che conoscevano bene, di cui potevano leggere tutta l'opera in lingua originale. Diciamo che per una volta hanno assolto veramente il proprio compito di accademici, ovvero difendere la forza della sublime lingua svedese. La domanda più interessante da porsi, forse, è un'altra, dice Parks: ma quando questi giurati conferiscono il Nobel a scrittori come Elfriede Jelinek - dimenticata e a quanto pare illeggibile vincitrice nel 2004 - avranno letto qualche suo libro?

Via | NYR
Foto | Wikipedia

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