5 anni fa hanno ucciso Anna Politkovskaja. Evviva Anna Politkovskaja!

anna politkovskaja, giornalismo, in memoria di anna politkovskaja
Il giornalismo è una professione pericolosa, lo si sa. Soprattutto se lo si vuole fare bene, se si è mossi da uno spirito libero, da una onestà intellettuale inattaccabile e da un odio inveterato contro i soprusi e le ingiustizie del potere o di chi ne fa le veci. Anna Politkovskaja, giornalista e scrittrice, questo lo sapeva molto bene. Sapeva di rischiare la vita facendo quello che amava, come sapeva di far rischiare la vita anche ai suoi contatti, in Cecenia come a Mosca.

C'è una frase che Anna scrisse un paio d'anni prima della propria morte che da l'idea delle esatte dimensioni di questa sua consapevolezza:

Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare

Eppure la giornalista russa ha sempre cercato di non arretrare di un passo, malgrado le minacce che riceveva continuamente dal potere e dai suoi scagnozzi. Perché Anna Politkovskaja, come molti altri giornalisti in tutto il mondo, dava fastidio al suo paese, alla Russia. Invece di essere il fiore all'occhiello della società era una reietta.

È lei stessa che lo dice, in un articolo pubblicato dopo la sua morte:

Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci.

Oggi sono passati cinque anni da quel giorno, quel 7 ottobre 2006 in cui il killer di Anna la aspettò sotto casa, la seguì in ascensore e le sparò il primo colpo, quello fatale, alla testa. Sono passati cinque anni e nel frattempo nel mondo sono morti tanti giornalisti come Anna, uccisi dalla guerra, dal potere, o da entrambe le cose.

A noi che restiamo spetta il compito di impegnarci sempre di più nella nostra professione, senza avere paura, cercando di scardinare i vincoli che legano - nel nostro caso di italiani - il nostro paese a delle strutture di controllo paramedievali, a delle leggi ingiuste.

Sicuramente è un caso che l'anniversario della morte di Anna Politkovskaja coincida, in Italia, con i giorni tristi in cui il governo cerca di imbavagliare la stampa, sia cartacea che online. E' un caso che addolora, ma che forse ci rende ancora più forti e decisi nel perseguire il fine di ogni buon giornalista: difendere la libertà, che sia la propria, quella della propria comunità o quella, intangibile, dell'Umanità.

Un mio amico di Istanbul, ogni volta che beve in compagnia innalza il calice e, guardando ognuno degli amici che ha intorno a sé, dice sempre: «A quelli che ci sono, e a quelli che non ci sono». Scusate la retorica, ma oggi quel brindisi, almeno per me, ha un senso particolare.

Foto | Wikipedia

  • shares
  • Mail