Charles Bukowski: Post Office

Metafore esistenziali e ruvidezza del quotidiano, nel libro d'esordio di Charles Bukowski.

E' un ufficio postale che rappresenta la vita, quello nel quale trascorre gran parte delle sue notti Henry Chinasky, alter ego di Bukowski in "Post Office". Una bolgia di fatalismi, ribellioni e infinite direttive burocratiche dall'incredibile stupidità. Ecco l'ambiente con il quale si scontra Henry, sul filo dell'indolenza, Henry detto Hank che lotta contro questa impietosa presentificazione di deus ex machina a stelle e strisce che corrisponde alla dicitura delle Poste degli Stati Uniti di Los Angeles, in California, ma si lascia assorbire a tratti, in quelle anse di tempo e di vita nelle quali non segue le rigide "regole di comportamento" con le quali si apre il testo.
Un insieme di frasi a carattere in gran parte autobiografico alternate a molti maiuscoli, infarcite di insulti, espressioni idiomatiche battute secche e dialoghi (piuttosto scarni o coloriti) che passano dall'ippodromo all'alcova, con un abbondante dose di strade, quelle della città, di altre zone, limitrofe e non, di birra e di whisky. Tanti angoli e almeno altrettante donne, case diverse, abiti che si susseguono, una compagna hippy e persino una figlia. Mentre i giorni della fiction pubblicata nel 1971 e ambientata a cavallo tra il 1968 e il 1969 scorrono in un'altalena di provvedimenti disciplinari, litigi sul lavoro, allucinazioni e perdite, come anelli consequenziali e un po' smagliati della catena del fatto, il presente scivola via veloce.

Con Betty non era così bello. Era triste, era triste, era triste. Quando Betty tornò indietro non ci mettemmo a cantare o a ridere, e nemmeno a litigare. Restammo seduti al buio a bere, a fumare sigarette, e quando andammo a dormire non le appoggiai i piedi addosso, né lei li appoggiò a me, come facevamo sempre prima. Dormimmo senza toccarci.
Eravamo stati derubati, tutt'e due.

Particolare foto by Waltarrrr

Via | books.google.it

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