Maschere per un massacro di Paolo Rumiz

Maschere per un massacro di Paolo Rumiz Sono passati vent'anni e qualche mese dall'inizio della guerra in Jugoslavia, la prima guerra combattuta sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale, una guerra che è passata alla storia come guerra civile, uno scontro tra etnie, civiltà e culture la cui convivenza in una regione ad alto potenziale esplosivo - i Balcani - ad un certo punto è implosa, è collassata portandosi dietro ciò che restava della Jugoslavia di Tito. Una guerra che però nascondeva altro.

A distanza di quattro lustri dall'inizio di quella tragedia - e a distanza di una quindicina d'anni dalla sua prima pubblicazione - la casa editrice Feltrinelli ha chiesto al giornalista Paolo Rumiz di scrivere un nuova introduzione per riattualizzare quel suo reportage esplosivo, capace di strappare la maschera della realtà di cartapesta che ci hanno sempre disegnato davanti agli occhi, rivelando una realtà da brividi.

"Il libro narra - scrive Rumiz nella nuova introduzione - "un viaggio doloroso, affascinante e pieno di inganni, verso la rumorosa caduta del sipario che nasconde gli eventi". A lettura terminata, a viaggio concluso, il lettore capisce perfettamente quanto sia adatto l'uso della parola "sipario" riferito a quella torbida realtà. Soprattutto perché la parola sipario se ne porta dietro un'altra, che Rumiz mi sembra non usi mai direttamente, ma che affiora costantemente dai suoi ragionamenti: la parola "palcoscenico".

Nella descrizione e nelle analisi di Rumiz, difatti, la "guerra civile Jugoslava" appare in tutta chiarezza come una guerra costruita a tavolino, voluta dai poteri forti di ognuna delle realtà in gioco per mantenere lo status quo ante, per mantenere, cioè, la propria egemonia. Il vero elemento disturbante e pericoloso per questi poteri forti, come emerge fin troppo bene dalla ricostruzione di Rumiz, è esattamente quello che tutti noi abbiamo sempre individuato - sbagliandoci di grosso - come elemento scatenante del conflitto: vale a dire la convivenza e il multiculturalismo.

Questa terrificante guerra, che ha riportato davanti agli occhi dell'Europa intera scene che pensavamo irripetibili - massacri, fosse comuni, distruzione e razzia - non è stata dunque una guerra tra popoli, tra culture e religioni diverse, bensì una guerra tra parti sociali: da una parte la nomenklatura e la classe criminale capitanata dai vari Milosevic, Karadzic, Mladic, Tudjman, dall'altra la borghesia cittadina, la società civile e cosmopolita che rappresentava, per la classe dirigente, il primo e più grande pericolo.

Scrive Rumiz verso la fine del suo reportage: "Forse tutta la guerra nell'ex Jugoslavia è stata il proseguimento di una Tangentopoli". E ancora: "Un potere marcio l'ha costruita con lo scopo preciso di continuare a rubare nell'impunità." Dopo la lettura di questo reportage non ci sarebbe nemmeno bisogno di sentirselo dire per crederci.

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