Perchè pubblicare brutti libri fa male all'ambiente (e ai bravi scrittori)

sumatraQuando finiamo di leggere un brutto libro (non occorre arrivare alla fine, naturalmente, anche perchè in genere – per definizione – con i brutti libri questa eventualità è molto rara) in genere ci rimane appiccicata addosso una spiacevole sensazione.

Sensazione, a mia opinione, derivante dal fatto di aver sprecato il proprio tempo e dal pensiero che l'autore – con diversi gradi di cattiva fede – ha sprecato energie a comporre un tale disastro. Sì lo so che de gustibus etc però esistono dei libri dalle qualità davvero scarse per generalizzata opinione.

Ora invece vorrei farvi riflettere – e ancora meglio far riflettere gli editori di cattivi scrittori, o aspiranti tali – quanto faccia male non solo alle proprie politiche editoriali, ai futuri malaugurati lettori, ma anche all'ambiente continuare a pubblicare brutti libri.

Questa predica, avrete notato, non la faccio agli scrittori (pochi per somma sfortuna si rendono conto di non averlo, il talento) quanto agli editori con un minimo di sensibilità ambientale, perchè si astengano da tale tipo di pubblicazioni.

Pensate solo a quanto smog avranno immesso nell'aria gli aspiranti scrittori per venire a colloquio con voi, e quanto ne consumeranno loro, e l'eventuale pubblico, alle eventuali presentazioni del testo. Pensate a quanta energia elettrica sprecata per inviarsi mail, comunicare con l'ufficio stampa, promuovere il testo sui social network.

Ma soprattutto – e qui veniamo allo spunto che mi ha portato a scrivere questo post – pensate allo spreco di carta. Non si tratta di un generico luogo comune, ma di un dato vero e concreto, che arriva da Greenpeace, che denuncia che gli editori italiani sono uno dei più grossi clienti di una società indonesiana che per rifornirli di carta sta deforestando una enorme area verde a Sumatra.

Letta la notizia, ho pensato alla bellezza di certi paesaggi naturali, e allo spreco di parole di certi testi, alla pomposità dei nomi di certi scrittori che vivono di rendita sull'unico capolavoro (giovanile) della vita e continuano a “sfornare” storie che, appunto, ci lasciano addosso quella brutta sensazione. E chi se non gli editori dovrebbe pensare a questo, prima di avviare la pubblicazione di un libro?

Bisognerebbe impegnarsi di più, piuttosto, per sostenere autori che lo meritano e che si fermano al primo libro perchè promossi male, perchè di diritti d'autore (si sa) non si campa, e così si torna a lavorare al call center e via (e ne ho conosciuti, di autori del genere).

Via | Paperblog

Foto | Flickr

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