Salone del Libro di Torino: Il caso Cordero

Salone del Libro di Torino: Il caso Cordero Ieri pomeriggio il direttore editoriale del Salone del Libro di Torino, Ernesto Ferrero, introducendo la lectio magistralis dal titolo "Scorci del vizio degli italiani" di Franco Cordero, giurista, scrittore, editorialista de la Repubblica, ha compiuto un atto tanto inedito quanto grave su cui credo sia necessario fermarsi e riflettere.

Prima di tutto i fatti. Il 13 maggio, la Repubblica pubblica in anteprima un estratto del discorso di Cordero, un discorso che fa subito discutere per i toni e le accuse scagliate in direzione di Silvio Berlusconi, colui che «calca le scene da troppo tempo, ripetendosi nel repertorio dei guitti: gesticola e straparla», un «Duca Valentino del terzo millennio», «cinico, irridente, volgare nel profondo, bugiardo, versipelle, attore di una scurrile commedia dell'arte, spietato contro gli avversari».

A quel punto qualcuno si inquieta, il discorso gira e finisce sotto gli occhi del bersaglio, di Silvio Berlusconi, che nell'ultimo comizio elettorale del venerdì lo cita accusandolo di stalinismo e via dicendo. Quel che accade dopo lo posso soltanto imaginare: probabilmente qualcuno chiama il Salone, si lamenta della cosa e chiede al Direttore di intervenire e di prendere le distanze.

E Ferrero questo fa nel suo «corsivo redazionale». Abbozza scuse del tipo: «Ci aspettavamo che ci parlasse di quel libro a quattro mani uscito qualche mese fa da Bollati Boringhieri», e invece «ieri su Repubblica abbiamo letto un estratto del suo intervento di oggi che va in una direzione un po' diversa: diciamo una direzione ad personam.»

Poi insiste sul fatto che il Salone, pur essendo luogo aperto a tutte le opinioni, non è il luogo dell'invettiva gaddiana, ma piuttosto del confronto, del dialogo leopardiano. E che quindi la «fiammeggiante invettiva barocca contro il presidente del Consiglio dei Ministri» di Cordero è fuori luogo.

Dimenticando tra le altre cose che i dialoghi leopardiani assomigliano certamente molto più a invettive polifoniche piuttosto che ai demenziali dialoghi salottiero-televisivi regolati dalla cosiddetta par condicio (a cui forse il direttore voleva far riferimento), Ferrero fa un brutto scivolone, soprattutto nella misura in cui apre la porta a una serie di interrogativi grotteschi.

Il Salone è responsabile degli interventi dei relatori che invita? E se lo è, li legge preventivamente e ha il diritto di contestarli, ovvero, li censura? Il fatto che sia finanziato anche dalla Regione Piemonte comporta che i governanti di turno possano fare pressione sulla direzione del Salone?

Tutte domande a cui si può, certo, provare a rispondere, ma le cui possibili risposte aprono scenari terrificanti, anzi, proprio tristi e desolanti. Perché un Salone Internazionale del Libro che deve rendere conto al Potere non è un Salone del Libro, è una Farsa.

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