L'ultimo inverno, di Paul Harding

paul hardingMentre moriva, George Crosby ricordò molte cose, ma in un ordine che non riusciva a controllare. Rivedere la sua vita e stilarne l’inventario, come immaginava che chiunque facesse nei suoi ultimi giorni, voleva dire trovarsi di fronte una massa in continuo movimento, le tessere di un mosaico che ruotava e si riconfigurava di continuo in fasce di colore sempre riconoscibili, elementi familiari, unità molecolari, correnti intime ma al contempo svincolate dalla sua volontà, pronte a mostrargli un’identità differente ogni volta che tentava di mettere un punto fermo

Un libro scritto meravigliosamente, vincitore – a sorpresa – del Pulitzer 2010, questo “L’ultimo inverno” di Paul Harding. Il libro, mi fa piacere sottolinearlo, era stato pubblicato da una piccola casa editrice indipendente, in America, nel 2009, ed è una saga familiare ripercorsa a ritroso come in una sorta di febbre della memoria che nelle parole dei protagonisti confonde i contorni delle esperienze del passato.

La narrazione di George, oppresso dai ricordi sul suo letto di morte, è in realtà un coro di voci che diventa man mano che scorrono i capitoli, un unico canto. Cosa si prova infatti nel proprio letto di morte, 48 ore prima della fine, quando la tua vita si confonde con quella di tuo padre, che ti ha raccontato la sua, e quando un attimo prima fissi il divano accanto al letto, e un secondo dopo corri nei campi, col tuo corpo bambino appena decenne?

Le mattine ad esempio, in casa di George, “cominciavano al buio Cominciavano sistemando la casa per la giornata che si annunciava, in modo che tutto fosse già in moto quando il sole saliva all’orizzonte ancora invisibile e si inerpicava fino ai rami scuri degli alberi. Caricare il fornello della stufa. Riempire il secchio di latte (…) Prendere l’acqua dal pozzo. Accendere il fuoco”.

Perché “quelle mattine gelide sono cariche di disperazione all’idea che, per quanto possiamo trovarci a disagio in questo mondo, è comunque tutto ciò che abbiamo”, come riflette il piccolo George nel giorno in cui suo padre Howard gli morderà un dito durante un attacco di epilessia.

Howard il venditore ambulante, che “oltre ad aggiustare pentole e vendere sapone ecco alcune cose che faceva…a volte per guadagnare dei soldi in più, spesso invece a titolo gratuito: sparare a un cane rabbioso, prestare assistenza a un parto, spegnere un incendio, estrarre un dente marcio, tagliare i capelli, vendere cinque galloni di whisky fatto in casa da un contrabbandiere di campagna che si chiamava Potts, ripescare una bambina annegata in un torrente”.

Howard che ha una moglie, Kathleen il cui “silenzio pietoso è legato a doppio filo a un atteggiamento di sopportazione, all’espressione tipica degli oppressi”. Howard e George che fuggiranno entrambi, inutilmente, dalle loro vite. Perché in fondo la vita è così, come quelle canzoni dimenticate “che non abbiamo mai conosciuto, che credevamo soltanto di ricordare, quando in realtà, tutt’un tratto, ci rendiamo conto che non le conoscevamo affatto, e al contempo capiamo quanto possano essere meravigliose”.

P. Harding
L'ultimo inverno
Neri Pozza
15.50 euro

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