Valigia Blu: Da grande voglio fare il freelance

Panoramica sulla difficile professione del giornalista freelance.

Valigia Blu: Da grande voglio fare il freelance Ci sono caldi venerdì agostani nei quali interrogarsi su una delle professioni più desiderate e allo stesso tempo precarie del panorama lavorativo odierno, equivale a concedersi sadici momenti di necessaria riflessione. Molti dei nostri lettori, appassionati di lettura e continuamente immersi nel fluido, non solo digitale, dell'informazione, ne sanno qualcosa e le nostre pagine sono state spesso testimoni di diversi tentativi di analisi del fenomeno, con alcune recenti esplorazioni sfociate persino negli effetti delle lunghe radici del precariato in genere, hanno impresso agli stessi rapporti amorosi contemporanei. Ne parliamo perché ci sembra giusto farlo, per non ammantare di broccato una professione complicata, ma allo stesso tempo per render meritata giustizia a tutti quei professionisti (e sono tanti) che l'informazioni la costruiscono tutti i giorni, filtrandola, elaborandola, abbellendola e in certi casi persino imbastardendola, per trasmetterla al più gran numero.

E recuperando le direttrici sovrapposte di "Da grande voglio fare il freelance", ebook realizzato da Valigia Blu a partire dai contributi inseriti in un ampio dibattito accesosi proprio intorno all'argomento a partire dall’articolo di Francesca Borri pubblicato dalla Columbia Journalism Review. Una pietruzza di quelle capaci di sollevare tsunami, che ha dato vita ad un testo composito, nel quale si intrecciano le opinioni di "Cupi blogger, freelance rabbiosi, perfidi editor", vite e lavori concentrate intorno al mondo del giornalismo che cambia cosi' in fretta che spesso si fa fatica a star dietro.

E allora via libera alle esperienze di colleghi e connazionali trasferitisi all'estero per esercitare un mestiere che resta ammantato di fascino, a coloro che danno vita a sogni indipendenti (come la Berlino raccontata su Il Mitte) al di là delle indubbie difficoltà quotidiane, alle Associazioni di sostegno come la Southern African Freelancers, nate come funghi e che, a dire la verità mi ricordano un po' quel concetto di vicinanza e compartecipazione degli alcolisti anonimi. Perché vero che siamo spesso chiusi in casa per ore, che passiamo da eccessi di solitudine ed immersioni mediatiche, che quando giriamo abbiamo sempre una macchina fotografica al collo, che oscilliamo tra tentazioni di personalismo e bisogno di fondersi nel testo, che viviamo attaccati alla luce dello schermo del portatile, che ci spostiamo controllando dove sia la connessione anche solo per un week-end, per poter essere sul pezzo, per coprire dove c'è bisogno e per raccontare. Perché alla base di ogni lavoro giornalistico, cartaceo oppure digitale, fisso o volante che sia c'è una strenua volontà narrativa e quella non potrà cambiare, come confermano le parole amare di Barbara Schiavulli maturate da una lunga esperienza di scenari di guerra:

Laggiù il problema è mio e me lo gestisco io. Qui invece è di tutti, è un problema di sostanza e futuro. La vastità di internet fa credere di avere un sacco di informazioni, di cui però nessuno è sicuro, perché manca la professionalità di chi poteva garantire la notizia. Si perde la voglia di approfondire, di godersi un articolo scritto bene che ti trasporta li' dove le cose accadono, ci si nutre di politica e di pettegolezzi, ci si abitua a non pensare e a non chiedere. Ci si abitua a dimenticare e a fare finta di niente. E io e tutti quelli come me moriamo. Ci crepa l'anima.

Da grande voglio fare il freelance
Viaggio nel mondo del giornalismo che cambia

di Valigia Blu
in licenza Creative Commons

Via | valigiablu.it/da-grande-voglio-fare-il-freelance

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