Generazione TQ, l'ennesima etichetta o la rinascita della classe intellettuale?

Generazione TQ Migliaia di fantasmi si aggirano per l'Italia, sono i fantasmi di una generazione di intellettuali che si è perduta ed ora, cercando di ritrovarsi, si è ribattezzata Generazione TQ. Il certificato di nascita di questa nuova ennesima etichetta generazionale è stato un incontro, svoltosi a Roma il 29 aprile scorso nella sede della casa editrice Laterza, a cui hanno partecipato decine di scrittori, critici, giornalisti, editor.

A discutere sul Che fare?, sul come intervenire con decisione per invertire la rotta senza rotta su cui il nostro paese, a livello culturale e non solo, sta viaggiando da troppo tempo, c'era un variegato esercito di intellettuali, da Giorgio Vasta a Nicola Lagioia, da Gilda Policastro ad Antonio Scurati, da Giuseppe Antonelli a Christian Raimo, da Andrea Cortellessa, a Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Federica Manzon, e molti altri.

Di carne al fuoco ne è stata buttata molta, e nonostante qualcuno si accontenti di vedere il bicchiere mezzo pieno e, con un velo di ottimismo, per esempio Stefano Salis sul sole24ore, di affermare che «Tutto questo è già una (buona) notizia», in realtà, alla fine, non lo è. Sì, perché a guardarlo lucidamente, questo esercito di Trenta-quarantenni assomiglia più a una sgangherata avanguardia che si trova a giocare con i mulini a vento invece che ad aprire la strada per una battaglia più grande.

Perché è questo che dovrebbero fare, smettere di lamentarsi e agire. Invece di discutere di niente, invece di ripetersi ancora una volta, e reciprocamente, la propria delirante autoanamnesi, invece di "cercare di vedere se sono capaci", invece di cercare di conquistare spazi televisivi baricchiani estinti da quasi vent'anni, invece di perdere tempo, insomma, dovrebbero svegliarsi.

Perché di loro c'è un evidente e drammatico bisogno in Italia, un paese che da troppo tempo ormai non ha più una classe intellettuale che non sia asservita, spaparanzata sulle proprie posizioni, sulle proprie cattedre, sulle proprie scrivanie. E ce n'è bisogno subito, perché come forse non sanno ancora i TQ, noi non siamo più sul baratro da tempo, ormai stiamo già volando verso l'abisso.

Il problema è che a cercare di unirsi e di combattere, forse, è la generazione sbagliata. Non sono i nati negli anni sessanta e settanta quelli che devono cercare di fare qualcosa, ma siamo noi, nati negli anni ottanta e, tra poco novanta, noi che non abbiamo uno straccio di lavoro, che viviamo di stage e di elemosine genitoriali, che campiamo di collaborazioni saltuarie, di lavori fantasma o di lavori in nero, noi che nella precarietà di stiamo affogando sul serio e che, forse, dovremmo iniziare a pensare che questo è esattamente il nostro vantaggio.

Noi infatti non abbiamo cattedre, scrivanie o posizioni da mantenere, noi non abbiamo figli, non abbiamo case, non abbiamo mutui, non abbiamo rate. Noi non abbiamo niente da perdere, abbiamo soltanto un furioso istinto di sopravvivenza e, ben nascosto dentro di noi, in qualche botro per ora irraggiungibile, il dovere morale di reagire.

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