La clessidra d'avorio, di Davide Cassia e Stefano Sampietro

La clessidra d'avorio, di Davide Cassia e Stefano SampietroPiù che l'orologio è la clessidra che incarna l'idea del tempo che passa: i granelli di sabbia che passano da un vaso all'altro, lentamente, e rendono visibile lo scorrere del tempo, il suo fluire e il suo finire. Ed è proprio una clessidra che dà il titolo al romanzo scritto a quattro mani Davide Cassia e Stefano Sampietro, La clessidra d'avorio, pubblicato da Edizioni XII.

In un continuo camminare – tanto geografico (Salisburgo, Parigi, Bologna, Firenze, Roma), quando cronologico (il romanzo inizia nel 1592 e termina nel 2008) si narra della ricerca di un'antica clessidra dai presunti poteri alchemici. Gli autori riescono a tenere desta l'attenzione per tutto il romanzo, cosa non particolarmente facile vista l'enorme divario temporale che c'è tra l'inizio e la fine e considerato che si tratta di un libro scritto a quattro mani, con tutto il lavoro che c'è dietro a una pubblicazione del genere.

Trattandosi di un romanzo che in un certo qual modo ha il tempo e il suo scorrere al suo centro, la costruzione circolare è quella che gli si addice meglio. Non è un caso, infatti, che il libro inizi a Salisburgo nel 1592 e termini sempre lì, sempre nel 1592. Inizia con una partita a scacchi e termina con lo scacco matto.

Leggiamo nell'incipit:

La sfida stava per iniziare. I trentadue pezzi erano disposti sulla scacchiera con precisione, ognuno perfettamente al centro della propria casella, e i due piccoli eserciti di marmo sembravano attendere lo scontro con orgoglioso silenzio.
Il bianco era toccato al giovane italiano, come atto di cortese ospitalità. In verità l’incontro aveva altri scopi e la partita a scacchi sarebbe stata soltanto di supporto; parlare giocando avrebbe dato ordine ai concetti, scandito con metodo le frasi tra una mossa e
l’altra.
Il giovane, che dimostrava poco più di vent’anni, aveva un aspetto pulito e ordinato, nonostante il lungo viaggio intrapreso, e i suoi
lineamenti regolari richiamavano una certa nobiltà di nascita. Senza dire nulla e senza attendere alcun invito, prese il pedone bianco
davanti al re e aprì la battaglia muovendolo di due case.
L’avversario rispose con la stessa mossa, spostando il pedone nero di re, e la scacchiera ritrovò la simmetria perduta.

E l'explicit:

Finché arrivarono alla diciassettesima mossa; e questa sarebbe stata l’ultima. Solo un tratto e il re nero avrebbe visto la sua fine. Giacomo assaporò la sensazione del cuore che batteva con forza, prese l’alfiere bianco, ancora minacciato dal pedone nero, e lo posizionò nella casella e2.
Scacco matto.
Alzò lo sguardo con un riflesso di timore, senza sapere come il vecchio maestro avrebbe giudicato la propria sconfitta, ma egli stava annuendo con tranquillità. «Una combinazione molto efficace», commentò, «la tua vittoria è meritata».
Giacomo farfugliò un ringraziamento, non riuscendo a mascherare il proprio imbarazzo. Il vecchio cominciò a raccogliere i pezzi di marmo e a sistemarli con cura sulla scacchiera, pronti per essere di nuovo giocati. Concluso il compito, fissò Giacomo negli occhi.
«Ora ti narrerò del tempo», disse.

Davide Cassia e Stefano Sampietro
La clessidra d'avorio
Edizioni XII, 2010
ISBN 978-88-95733-24-1
pp. 330, euro 17,00

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