Quando lo Stato uccide, di Alessia Lai e Tommaso della Longa

quando lo stato uccideDalla condanna dei tutori della legge dopo la «macelleria messicana» della scuola Diaz di Genova alla morte di Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri e Stefano Cucchi: un’indagine senza pregiudizi sul pericoloso problema della violenza delle forze di Polizia. Questo è Quando lo Stato uccide, dei giornalisti Alessia Lai e Tommaso della Longa, appena uscito per i tipi Castelvecchi.

"In Italia purtroppo esiste un pregiudizio di innocenza nei confronti di chi veste la divisa, un pregiudizio che sicuramente è causato da leggi che risalgono agli anni del terrorismo e che sostanzialmente danno carta bianca alle forze dell’ordine - interviene su Booksblog.it Della Longa - Poi esiste l’esasperazione dello “spirito di corpo” che nella prassi quotidiana significa omertà".

La mia prima domanda è banalissima, ovvero: come è potuto accadere che rappresentanti delle forze dell'ordine - che sulla carta hanno la missione di tutelare appunto la sicurezza pubblica - possano essere arrivati a macchiarsi di morti del genere?
"Ogni caso è diverso dall’altro, ma le caratteristiche sono sempre le stesse: la lentezza nei processi, in molti casi la richiesta di archiviazione, in altri le indagini sono affidate agli stessi poliziotti che si sono macchiati dell’omicidio, o ancora come nel caso dell’omicidio di Federico Aldrovandi ci sono stati veri e propri tentativi di insabbiamento. Non a caso l’Italia è sempre nella ‘black list’ di Amnesty International e, recentemente, è stata addirittura condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo proprio per un
caso di omicidio ad opera delle forze dell’ordine".

Avete più volte sostenuto, però, di non aver voluto fare un dossier a senso unico.
"Infatti. Abbiamo voluto ascoltare i sindacati di polizia e dei carabinieri in uno spazio dove capire dall’interno la macchina dell’ordine pubblico. Abbiamo scoperto che in molti casi ci sono problemi di coordinamento e gestione, ma anche e soprattutto lacune nella preparazione, nel supporto psicologico e nell’addestramento alla resistenza allo stress fisico e mentale".

Oltre ai casi di Aldovrandi, Giuliani, Sandri e Cucchi ne citate anche altri, poco conosciuti dall'opinione pubblica. Quali quelli che vi hanno colpito di più e perché non tutti arrivano agli occhi e alle orecchie degli italiani?
"Riccardo Rasman, giovane triestino ucciso dentro casa, picchiato, legato con il fil di ferro e soffocato: in quel caso il pm ha affidato le indagini proprio ai poliziotti responsabili del fatto. Stefano Cabiddu, ventitreenne ucciso da un carabiniere che si era allarmato per voci sospette: il ragazzo si era invece solamente appartato con i fratelli in un prato per questioni fisiologiche. L’appuntato di Carabinieri era famoso e ben conosciuto: il caso è stato archiviato senza neanche un processo. E infine, Gregorio Fichera: un ragazzo di 18 anni ucciso dopo un inseguimento in provincia di Catania. Il carabiniere viene assolto e il padre ci ha detto al telefono, con la voce rotta dal pianto, che non ricorrerà in appello: “non voglio farmi prendere ancora una volta in giro dalla giustizia e dagli avvocati”.

Come mai queste storie non arrivano alle orecchie degli italiani?
"Perchè normalmente diventano meri colonnini nelle cronache locali e nulla di più. Nei casi più importanti, si riesce a far sapere la verità grazie a particolari situazioni in cui avviene l’omicidio, al coraggio dei familiari o alla mobilitazione nazionale, come nel caso di Gabriele Sandri".

A quali fonti avete fatto riferimento per documentarvi? Come sono stati i contatti con le famiglie delle vittime?
"Nella nostra ricerca sono stati fondamentali la rete internet e i tanti colleghi che ci hanno aiutato da ogni parte d’Italia. Proprio per quel “pregiudizio d’innocenza” che esiste in Italia, in quasi tutti i casi, la morte per mano delle forze dell’ordine rimane o viene fatta rimanere solamente a livello locale. I contatti con le famiglie delle vittime sono sempre stati ottimi e di grande collaborazione: rivivere quel dolore non è ovviamente facile, ma la voglia di giustizia e di raccontare al mondo chi era il proprio figlio o fratello è molto più forte".

Avete intervistato anche i sindacati delle forze dell'ordine su questi episodi, dicevi. Che quadro è venuto fuori dalle loro dichiarazioni in merito a questi casi di cronaca?
"Sì, li abbiamo intervistati proprio perché il nostro libro vuole essere un’inchiesta giornalistica a tutto tondo. Il quadro delineato non è molto confortante. Da una parte, le forze dell’ordine lamentano problemi salariali, di preparazione e addirittura chiedono maggiori tutele legali. Dall’altra non sembrano voler ammettere in alcun modo che esista un problema in Italia: mentre tutti si affrettano a dire che le forze di polizia sono in cima alle liste di fiducia degli italiani, sembrano avere sempre un certo tipo di timore nel condannare le “mele marce”. Altra storia per Antonio Savino, presidente nazionale dell’Unione Nazionale Arma Carabinieri, che senza mezzi termini condanna il sistema attualmente in atto e soprattutto denuncia come in troppi casi gli agenti vengano lasciati soli e senza preparazione fisica e psicologica".

T. Della Longa, Alessia Lai
Quando lo Stato uccide
Castelvecchi
16 euro

  • shares
  • Mail