Brina Maurer di Claudia Manuela Turco

di Marco Baiotto

Il romanzo Brina Maurer è un’opera culturalmente controcorrente, di questi tempi eretica come lo è la morale.

Si tratta di un romanzo psicologico, ma anche di formazione, in cui la pornografia viene indagata negli anfratti della finzione patologica che ammorba la psiche occidentalizzata.
E tra l’irriverenza scanzonata dello slang giovanile si scopre a poco a poco una fortissima critica alla “pornificazione” della società contemporanea (il neologismo originale americano è di Pamela Paul, autrice del recente saggio Pornified).

Brina è la figlia adolescente di una pornostar, sua madre una diva famosa, una star del cinema senza vincoli censori, come la definiscono i suoi ammiratori, e da subito si evince chiaro il nodo narrativo attorno al quale ruota la vicenda: si tratta delle immani sofferenze, vere e proprie torture psicologiche e violenze morali, cui la giovane sarà esposta suo malgrado, da parte dei suoi coetanei e dagli stessi parenti e conoscenti, tutti in un modo o nell’altro sedotti dal fascino brutale della sessualità sfrenatamente esibita, tutti pronti a tacciare di insulso moralismo la sua sensibilità offesa, in quanto dieci leghe sopra quella dell’ambiente in cui è costretta a vivere e pertanto fastidiosa, anzi insopportabile, zecca da sopprimere.

E il dramma è lo spaesamento, il senso di solitudine che promana dall’interno di quel nucleo d’intimità che dovrebbe essere il nido familiare, che si squarcia a baratro senza fondo quando, pur di giustificare crimini e immoralità, i protagonisti negativi della vicenda tenteranno di metterle il bavaglio marchiandola a fuoco con la lettera scarlatta della schizofrenia e della paranoia.
Brina avrebbe di che duellare in singolar tenzone con Betty Friedan (una delle leader del movimento femminista americano che, autrice de La mistica della femminilità, negli anni settanta invitò a «smetterla con l’ossessione della pornografia») oppure con Wendy McElroy autrice di XXX, a woman’s right to pornography.

Par di sentirla sbottare: «I volgari non sono quelli come me» … «Solo che a noi viene messo il bavaglio, perché non favoriamo l’economia. Né la politica. Né la religione. Noi siamo le vere femministe, non quelle che proclamano il sesso libero e tante libere fognate».

C’è una sostanziale differenza di salute e igiene mentale tra la nudità aborigena (ho in mente La Foresta di Smeraldo di John Boorman) e il “calendarismo artistico” delle divette della porta accanto. È l’intenzione, prim’ancora dell’azione, a offendere.

E il pericolo che si vuol denunciare è che menti cresciute nel lassismo intellettivo e nell’orgia di una morale decollata (nel senso della decollazione del Battista…), deraglino in deformazioni sociali come gli stupri di branco a firma di ragazzini quindicenni.

E la violenza, su Brina, ha molti aspetti e influssi: l’orrore si realizza nell’atteggiamento offensivo e ammiccatorio, subdolamente viscido, del fotografo Liò Liù, personaggio che intende a ogni costo far spogliare Brina durante un provino, fingendosi innocente amico, arrogandosi la conoscenza di ciò che le donne vogliono, sentono, adorano fare o sentirsi dire.

Il disagio è orrore profondo, radicato. Non è angoscia, è rabbia che ringhia contro vibrazioni di disgusto che sbattono contro la superficie del suo corpo, come onde maligne che urticano la pelle dell’anima: «La verità è che la gente non vuole un figlio, bensì un burattino in miniatura con la propria faccia da telecomandare. Un prolungamento di sé. Personalmente so già che non sarò mai madre. Grazie all’esempio di mia madre. Comunque quel giorno ci stavamo scompisciando pensando a tutti i tentativi che quei due vecchioni avevano fatto per raggiungere il traguardo, ma la cosa più stomachevole, a quanto pareva, è che alla fine ce l’avevano fatta. Quando Boyo mi rivolse la parola, me lo stavo immaginando in ospedale mentre si masturbava davanti a un giornale o a un filmato porno, per dare il seme al suo amore. Certo che si deve amare proprio tanto per essere disposti a fare simili porcherie. E poi lo chiamano il mondo degli adulti.»; «Riguardo ai prodotti porno dovrebbero scrivere, anziché “per adulti”, “per un pubblico impotente”».

La Turco dimostra di padroneggiare la critica e la dialettica di genere e, tra le righe brucianti di contrasti, trascina con maestrìa le coscienze spavalde e liberali nel suo mondo incontaminato di emozioni forti ma pulite, di riflessioni taglienti ma sacrosante, per trascendere sterili e ingenue guerre di statistiche contraffatte e supposte tesi ontologiche, per schiaffeggiare il torpore malsano dell’uomo con le sue urla di dolore, quelle per cui i singoli tragici casi valgono ben il prezzo da pagare per la restrizione come regola (e su questo converrebbero certo anche i pornofili incalliti se assistessero impotenti allo stupro della propria moglie o figlia).

L’amore per i cani sarà la salvezza di Brina, l’amore per Trudy, la cagnetta fatta sopprimere a sua insaputa perché l’aveva morsa, l’amore per Candida e per Nebbiolina, sparite un giorno senza lasciare traccia per la cattiveria di qualcuno che non ha voluto darle spiegazioni, traumatizzandola e facendole perdere la fiducia nel genere umano.

E Brina con le sue eterne “brinate” trasmigrerà infine la sua anima e il suo corpo offesi, la sua inguaribile fragile tenacia e rabbia poetica nella ricerca in brughiera del suo Heathcliff tra le Cime Tempestose, inseguendo il circo acrobatico delle sue “spugnette rosse danzanti”, angeli canini che non tradiscono.



Brina Maurer

Claudia Manuela Turco

Bastogi Editrice Italiana, Foggia - 2005

pp. 90

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