Giappone: la letteratura della “catastrofe”

Ritratto di Kamo no Chomei

Il terremoto in Giappone, con il maremoto e l'allarme nucleare ha lasciato – e continua a lasciare – tutti sgomenti. Da un lato abbiamo la forza della natura, dall'altro la dignità del popolo giapponese, sempre composto anche dinanzi ad immani tragedie. Secondo alcuni questa forza stoica è testimoniata (e, forse, nutrita) anche nella letteratura che in diverse occasioni ha cercato di esorcizzare i demoni nucleari o sismici.

Spesso, gli autori giapponesi usano il cataclisma globale, indipendentemente dalla natura del disastro, come sfondo e le famiglie vengono rappresentate sempre in piedi, quasi una sorta di concretizzazione della tradizione teatrale nipponica. Uno spirito – quello letterario giapponese – che cerca di ricreare la morte, il suicidio e il disastro sempre a porte chiude: un giapponese può anche essere molto triste, ma difficilmente esprimerà pubblicamente il proprio dolore.

Haruki Murakami, per esempio, lo ha fatto nell'architettura della sua antologia di racconti After the quake: una catarsi del terremoto di Kobe del 1995. Altri autori hanno scritto sul disastro in generale, come Jun'ichirō Tanizaki, Banana Yoshimoto (tra le scrittrici giapponesi più note) e Yōko Ogawa. Sul dolore e la perdita segnaliamo il celeberrimo Kitchen di Banana Yoshimoto, con la sua narrazione delicata e, al contempo, implacabile. Da non dimenticare nemmeno l'opera di Yasunari Kawabata (primo scrittore giapponese a vincere il Nobel nel 1968) che trattava l'angoscia della morte dinanzi alla solitudine.

Quest'atteggiamento ha radici antiche: basti pensare che nel 1212 Kamo no Chōmei (foto in apertura di post) scrisse Hōjōki (in italiano: Ricordi di un eremo) in cui racconta in maniera autobiografica del suo ritiro in una casetta dopo aver vissuto quattro disastri: l'incendio di Kyoto del 1177, il tifone del 1180, la carestia degli anni 1181-1182 e il terremoto del 1185. Anche Ryūnosuke Akutagawa in Rashōmon e altri racconti parla dei disastri di Kyoto mettendo in evidenza il crollo economico e, soprattutto, sociale. Infine, il lirismo, è stato anche usato per descrivere l'orrore nucleare, come succede in Hiroshima and the Emperor’s New Clothes di Kurihara Sadako.

Anche i manga testimoniano quest'atteggiamento del popolo giapponese dinanzi alla catastrofe: in Dragon Head, per esempio, si racconta la storia di alcuni studenti al rientro da un viaggio di studi in treno e sono vittime di un grave incidente in un tunnel. La solitudine, l'orrore e la claustrofobia sono molto ben descritti, insieme a una onnipresente angoscia per non riuscire a sapere cosa sia successo, dal momento che sono chiusi all'interno della galleria.

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