Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, di Paola Mastrocola

Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, di Paola Mastrocola Qualche giorno fa, una professoressa di liceo della provincia di Milano, attraverso una lettera aperta pubblicata sulle pagine di Repubblica, denunciava lo stato di precarietà, e la relativa frustrazione che ne deriva, in cui è costretta a lavorare da anni. L'unica cosa che riusciva a trarre da questa frustrazione e da questa rabbia era un segnale di resa, una vera e propria bandiera bianca, un'abdicazione al proprio ruolo di insegnante che si basava su un'asserzione molto precisa: studiare letteratura e latino non serve più a niente.

Basta leggere un breve estratto di quella lettera per capire le esatte dimensioni di questa abdicazione:

Non dovete imparare a usare il cervello, perché vivrete male, sempre critici verso tutto, poco furbi, poco scaltri, poco sfrontati, sempre onesti, sempre fessi e sempre più soli. Come mi sento io. Onesta e fessa, e sola. Debole, sempre senza soldi, sensibile alle belle parole e alle romanticherie. E poi stanca. Stanca di tutto.

Questo saggio di Paola Mastrocola, invece, rappresenta un altro modo di reagire alla stessa identica situazione aberrante e desolante, alla stessa rovina che segna il presente non semplicemente della scuola italiana, ma di un'intera generazione di ragazzi. Rispetto alla resa della professoressa milanese, però, la reazione della Mastrocola è più lucida, anche se non meno incisiva e rabbiosa, ed è più lucida, credo, perché, per sua fortuna, non appartiene alla generazione che sta assaporando l'amara disperazione della precarietà.

Eppure, proprio per questo, proprio perché il suo punto di vista non è "viziato" dalla quotidiana infelicità del precariato, l'analisi di Paola Mastrocola è da ascrivere alla lista – sempre più breve di questi tempi – della analisi preziose, da leggere per cercare di capire e di affrontare la realtà che ci circonda.

Delle tre parti di cui si compone questo Saggio sulla libertà di non studiare, quella senz'altro più forte è la prima, intitolata I non studianti, che fornisce un ritratto abbastanza verosimile e, proprio per questo, molto duro, delle nuove leve di studenti che vanno a scuola, ma che non imparano nulla.

Si tratta di un ritratto talmente potente, a mio parere, da renderlo una salutare lettura per molti. Prima di tutto per i diretti interessati, che, guardandosi in qualche modo allo specchio, potrebbero rendersi conto di una certa desolazione insista nelle loro vite, una desolazione con cui probabilmente farebbero in ogni caso i conti, quando forse sarà troppo tardi per rimediare.

Ma sarebbe una lettura importante anche per i loro genitori, che probabilmente capirebbero che invece di perdere tempo e forze nel cercare di andare ai consigli di classe o ai colloqui con i professori – per i corsi di recupero, le gite scolastiche e le interessantissime attività extrascolastiche –, dovrebbero investire più tempo nei colloqui con i figli, per scoprire, magari, che i loro veri interessi non saranno mai appagati da quella scuola che "non si può non fare", da quel liceo da frequentare ad ogni costo e da quella laurea da prendere per "avere un futuro".

Anche perché quel "futuro" in realtà, e molti ragazzi se ne stanno accorgendo sulla loro pelle i questi anni, non esiste, perché la mobilità sociale in questo paese è pressoché inesistente, perché più della scuola, in fin dei conti, contano i legami familiari o di amicizie, la propria rete, insomma, il proprio network di conoscenze spendibili, non certo i diplomi di laurea, i master o i dottorati, o almeno, questi ormai contano in minima parte.

Tornando al saggio, anche la seconda e la terza parte offrono spunti di indubbio interesse. La seconda, intitolata Breve storia del non studio, è dedicata all'evoluzione che ha trasformato la scuola italiana da un luogo di fatiche, di studio e di crescita, a un luogo di inutile perdita di tempo, e certamente ha il merito di farci capire che il processo di "qualunquizzazione" che sta ammorbando la nostra società, scuola in testa, ha origine ben precise e insospettabilmente lontane negli anni.

La terza, invece, Lo studio come scelta, è dedicata ad una possibile via di fuga, ad una proposta che, pur nella sua ineluttabile utopia – soprattutto vista la tendenza attuale – offrirebbe tantissimo materiale su cui chi di dovere dovrebbe riflettere a lungo per riformare finalmente questa nostra scuola un po' sfigata, incastrata com'è tra un esercito di Utenti a cui non interessa perché la loro vita è altrove, e un esercito di Burocrati che la vogliono smantellare per dare il colpo finale all'autonomia di pensiero e alla facoltà critica in questo nostro paese.

Pur con le sue piccole pecche, assolutamente minoritarie all'interno della analisi, e dovute essenzialmente a un certo involontario irrigidimento dell'autrice su problematiche (in primis gli effetti del social networking estremo e della connessione perpetua) che, a causa della loro assoluta contemporaneità, sono probabilmente ancora troppo difficili da analizzare con lucidità, anche per la generazione dei 25-30enni a cui io appartengo; a parte queste sfumature, insomma, Togliamo il disturbo è un libro da leggere con attenzione, perché fondamentalmente è scritto con saggezza e con l'onestà intellettuale di chi ama profondamente il proprio lavoro.

  • shares
  • Mail