Migranti, Profughi, Immigrati, Clandestini, ovvero sull'importanza dell'uso proprio dei nomi nella scrittura

Migranti, Profughi, Immigrati, Clandestini, ovvero sull'importanza dell'uso proprio dei nomi nella scrittura
Stamattina è stato pubblicato su Vibrisse e poi rilanciato su Affaritaliani un brevissimo articolo, scritto da Giulio Mozzi, che solleva un problema macroscopico, e tra le altre cose assolutamente bipartizan, che affligge una buona parte di quelli che, in Italia, lavorano con le parole: vale a dire una certa colpevole leggerezza che spinge, temo più per abitudine al conformismo che per una volontà di mistificazione, una parte dei giornalisti, degli scrittori del nostro paese a usare parole sbagliate quando si parla di immigrazione.

Giulio Mozzi nel suo breve spunto si scaglia contro l'uso improprio della parola Immigrati per definire le persone che stanno scappando in questi giorni dalle zone del nord Africa coinvolte dai tumulti e dalle rivoluzioni, parola che sarebbe opportuno sostituire con Profughi. Scrive Mozzi:

E’ solo una questione linguistica? No, dal momento che i “profughi” potrebbero avere il diritto di asilo. Ovvero: impacchettare tutte queste persone nella qualifica di “immigrato” (giocando sul fatto che, benché non tutti gli immigrati siano profughi, tutti i profughi sono immigrati) significa far sparire dal discorso pubblico la parola “profugo”, e con la parola anche il concetto.


Mozzi ha perfettamente ragione, ma, a mio avviso, come tutti noi arriva in ritardo. O meglio, mi sembra che, come un po' tutti noi, punti il dito sulla freccia ben piantata nel bersaglio quando poteva, ripeto, come tutti noi, puntare il dito sull'arciere, che indisturbato scagliava i suoi dardi liberamente fino a un minuto prima.

Uscendo dalla metafora, il problema è presto spiegato: sono anni ormai che nei giornali e nei telegiornali italiani, giornalisti sbadati, o pigri, o ignoranti, usano impropriamente le parole chiave grazie alle quali il fenomeno immigrazione è diventato un problema di sicurezza nazionale, come ormai è diventato.

Un piccolo esempio: giusto tre giorni fa, ascoltando il tg di La7 di mezzogiorno, mi sono trovato letteralmente a sobbalzare sulla sedia quando la conduttrice ha lanciato un servizio su questo spinoso argomento con la frase (riporto a memoria): "Ora il grande pericolo per il nostro paese è la partenza di decine di migliaia di clandestini dalle coste libiche".

Una frase che, se il pubblico italiano fosse ancora in grado di ragionare sulle parole che sente e di soppesarne i significati, avrebbe considerato, a ragione, agghiacciante. E il motivo è molto semplice: definire Clandestini i Migranti che partono o che hanno intenzione di partire dal nord Africa dirigendosi verso le coste della Fortezza Europa è come definire Teenager un Neonato: certo, prima o poi, se tutto va come deve andare, il Neonato, crescerà, supererà la pubertà e diventerà un Adolescente, un Teenager.

Una cosa simile capita a una persona che decide di andarsene dal proprio paese e di venire in Italia: prima di tutto, visto che si sposta, è un Migrante, poi una volta che approda, in dipendenza di chi è, diventa o un Rifugiato, o un Immigrato Regolare, o un Immigrato Irregolare – o Clandestino, per usare la parola chiave che piace tantissimo sia ai media che ai politici. Ma tra Migrante e Clandestino, la distanza è chilometrica.

Per concludere, Mozzi ha perfettamente ragione a sollevare il problema, perché questo esiste ed è gravissimo: ci stanno rubando le parole, o meglio, ci stanno diseducando all'uso proprio delle parole. E la cosa è tanto più grave perché purtroppo le parole sono più importanti delle cose, le determinano. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. La rosa di un tempo è racchiusa nel nome, ma noi, alla fine, abbiamo solo il nome, e se lo sbagliamo è un gran casino.

Foto | Flickr

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