Recensioni atipiche: I pensieri di Giacomo Leopardi

Recensioni atipiche: I pensieri di Giacomo Leopardi In un momento come questo, contraddistinto da una produzione editoriale ipertrofica e da una recrudescenza del perverso fenomeno che vede, nel nostro paese, aumentare a dismisura gli scrittori e, contemporaneamente, crollare il numero di lettori – tanto da arrivare alla constatazione paradossale che la maggior parte degli aspiranti scrittori non legge – la pubblicazione di questo piccolo volume tascabile di un giovane esordiente completamente controcorrente come Giacomo Leopardi non può che far piacere.

Quello che colpisce di più in questo formidabile ragazzo nato e cresciuto nella desolante provincia marchigiana è l'acutezza del suo sguardo, la formidabile capacità di analizzare il mondo che lo circonda e che non ha mai visitato, alla perfezione, dimostrando una conoscenza così profonda dell'animo umano e di questo secol nostro, che a fatica si riesce a credere che, come scrive Alessandro Baricco nella sua introduzione:


Lo sguardo di Giacomo è uno di quelli ampi, come la vita. Ed è straordinario per uno che come lui non si è praticamente mai mosso da Recanati. Ma Giacomo è un mutante, un barbaro. Giacomo ha le branchie e respira dove noi crediamo di affogare. Le sue branchie si chiamano Twitter, Facebook, Anobii. Leopardi rappresenta perfettamente il prodotto della nostra evoluzione.


Eppure Baricco, ancora una volta, almeno su questo aspetto, coglie nel segno. Basta infatti sfogliare questo bellissimo volume, intitolato un po' all'antica, I Pensieri, per scoprire quanto questo ragazzo di appena vent'anni, con uno stile mirabolante che potrebbe ricordare il Michele Mari di Io venìa pien d'angoscia a rimirarti, abbia da dire a tutti noi.

Come quando dice,nel Pensiero III che "l'usanza del secolo è che si stampi molto e che nulla si legga", o ancora, quando nel Pensiero VI, con una maturità impensabile per un ragazzo di vent'anni, ci regala una delle perle più belle del libro, sulla morte:

La morte non è un male: perché libera l'uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo: perché priva l'uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza.

Ma il vero vertice del libro, Leopardi lo raggiunge con un piccolo appunto sulla cultura di massa, un appunto che si potrebbe forse interpretare come una stilettata al suo maestro, ad Alessandro Baricco. Scrive Leopardi: "è impossibile piacere alla moltitudine, se non diventando un pasticcio, o del vino dolce". Una frase a cui l'autore è certamente fedele lungo tutto il testo, che mai si abbassa ad adulare o a inseguire il pubblico. Non credo di esagerare nel dire che siamo di fronte al classico esempio dell'allievo che supera il maestro.

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