Dies irae, il romanzo della rinascita

di Rossano Astremo



“Ripulisciti, papà. Ti amo”. Ci troviamo a pagina 735 di Dies Irae, l’ultimo allucinato romanzo di Giuseppe Genna, pubblicato da Rizzoli nella nuova collana 24/7. A parlare è Giuseppe Genna, uno dei protagonisti che appaiono nello scenario esploso del romanzo, proiezione narrativa dell’autore reale Giuseppe Genna. Il patto narrativo ci impone di sospendere l’incredulità e di accettare per vero tutto quello che un autore immette nel suo mondo possibile. Ma in questo caso la verità supera di gran lunga la finzione, la verità serpeggia magmaticamente nelle pagine del romanzo molosso, la verità è che Dies Irae è l’opera che ci dona un Giuseppe Genna scrittore rinato, purificato, dopo aver inalato per anni le polveri svilenti di un assoluto dolore. “Ripulisciti, papà. Ti amo”. Sono gli ultimi mesi di vita del padre di Giuseppe Genna, stroncato dal male del secolo, siamo nel settembre del 2005, siamo alla fine di un lungo viaggio, non solo narrativo, ma anche temporale. Tutto inizia nel giugno del 1981, quando a Vermicino Alfredo Rampi, 6 anni, viene trovato incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua drammatica fine trasformandolo in un’icona mediatica: Alfredino. Evento che trasforma cinquanta milioni italiani in cinquanta milioni di spettatori italiani. Nelle stesse ore: la scoperta delle liste della loggia P2, il processo Calvi, l’edificazione della città satellite di Milano 3 a opera dei fratelli Berlusconi. La storia diviene pellicola capillare che s’insinua tra le trame del romanzo che ha come protagonista non solo Giuseppe Genna, che nel suo alloggio abusivo e claustrofobico usa un congegno per l’intercettazione della voce dei morti, e scrive un libro segreto, il Dies Irae, appunto, nel quale profetizza le sorti della specie umana, fino all’estinzione del pianeta, ma anche Paola C. che, in fuga da un indicibile dramma, attraversa il tetro sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam, e Monica B. che vive la parabola ben poco spirituale della buona borghesia milanese.

La storia dell’Italia degli ultimi 25 anni diviene una sorta di materasso a molle su cui rimbalzano i drammi assoluti degli attanti che si muovono nello spazio-tempo del romanzo. Ecco quindi l’ascesa al potere di Bettino Craxi, la caduta del Muro di Berlino, i mali oscuri di Tangentopoli, la sequenza dei governi Berlusconi – Centrosinistra – Berlusconi, ma è la storia individuale dei tre protagonisti a colpire. In fondo l’incubo del bambino morto nel pozzo viene utilizzata come valvola simbolica che piaga con ossessione Paola, Monica e Giuseppe. Un romanzo storico, certo, ma soprattutto un romanzo del dolore privato. Solo la scomparsa dei rispettivi padri determinerà la graduale rinascita dei tre protagonisti. La rinascita richiede una morte. E in questo romanzo Giuseppe Genna muore come uomo e come scrittore, ma, nella sua rinascita, diviene un altro uomo e un altro scrittore. “Ragiono su cosa c’è oltre la finzione e ho tempo di farlo. Io so che dietro c’è: non so. C’è la paura, il manto primario del mistero, dell’inadeguatezza a essere. La guida assente. La perpetuità immobile che spaventa. Il rischio che il mondo si fermi. Che io muoia. Che smetta di essere”. Nel momento di massimo successo come autore di thriller lo scrittore Giuseppe Genna decide di abbandonare il Grande Editore (Mondadori) e di rimettersi in discussione. Il Dies Irae è il risultato di questo suo mettersi in discussione: “Ci vorrebbe una letteratura che spacca ogni genere, ogni gabbia stilistica, ogni poetica con il fantastico. Una letteratura mitologica, delusiva a un primo livello e sapienzale a un secondo, mitologia per questa immane popolazione che fatica a mettersi in movimento perché privata della narrazione di storie mitologiche”. Febbraio 2006. Lo scrittore Giuseppe Genna non scrive più thriller, quindi. è un uomo libero. Ecco la scena conclusiva: Giuseppe Genna è impegnato in una seduta di Dance Therapy: “Il cupo avanza perché la mente arretra. Arretra una parte della mente: arretra l’intelligenza. La mente è più larga, il corpo reclama di essere mente e ha ragione, io ascolto attonito i reclami, non so cosa fare. Non so niente”. La sua istruttrice è Paola, la stessa Paola che ha vissuto anni di inferno a Berlino e Amsterdam. I loro corpi sono uniti, i loro destini hanno subito analoghe curvature: “Paola che mi prende da dietro e mi tiene la scheina attaccata al suo ventre e irradia calore e nescienza, non sono neanche questa nescienza, ma la pura presenza della quale, discendendo e facendomi più solido e senziente, avverto al tua presenza, papà, e questo è quanto mi è concesso, niente è illimitato e tutto è illimitato, non ho parole, non ho ostentazione”. Il triplice riverbero della parola pace chiude questa storia. Un romanzo del dolore, certo: non di un dolore che crocifigge, ma di un dolore che sventra corpi, immobilizza coscienze, senza però produrre definitive sconfitte, di un dolore terapeutico, necessario, sfrontato, da demolire per poi rinascere.



Dies Irae

Genna Giuseppe

17,50 euro, 761 pp.

Rizzoli - 24/7

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