La fish bowl della letteratura

Periodo bello caldo nella boccia letteraria.

Boccia, sì, avete letto bene. Mi piace - e mi dis/piace anche - immaginare il mondo della letteratura contemporanea italiana come una boccia di vetro per i pesci rossi, dove dentro ci sono i pesci - ovvero tutti quelli che in quel mondo in un modo o nell'altro, meritatamente o no, ci rientrano - che sguazzano e che da fuori possono essere osservati da tutti, perché è una fish bowl, che con quella forma convessa rende anche facile la deformazione dei corpi dei pesci se vista dal lato sbagliato.

In questa boccia, quindi, i pesci rossi, diventati tanti, iniziano a surriscaldare l'acqua e muoversi con frenesia cercando di capire cosa ne sarà di loro. Perché come ogni palla di vetro che si rispetti c'è anche un piccolo castello al centro, dove i più fortunati tra i pesci possono rifugiarsi, condannando gli altri a restar visibili agli occhi dell'umano che, vedendoli distorti dal vetro, li deride.



Ad oggi gran parlare si fa del rapporto tra recensori e libri, sull'autorità e la credibilità di cui si avvalgono i primi per decretare il successo o l'insuccesso di un libro.

Immensa discussione già fatta su Nazione Indiana e ripresa da Lipperatura (che ieri ha segnalato Booksblog in testa ad un interessante stralcio di un pezzo di Caliceti sulla lingua letteraria italiana, e che ringraziamo), di cui è stato accennato anche qui, in occasione dei post di esordio.

Alla luce di questo però vado a segnalarvi l'intervento di oggi di Lello Voce, che riprende l'argomento e senza mezzi termini attacca chi invade e intorpidisce (penso: non è stato forse sempre fatto? e mi rispondo: forse oggi più di ieri, e più spudoratamente) l'acqua della boccia di vetro della letteratura, o di quel che ormai ne rimane.


Pensate all'editoria: agli editor, e agli editori. Abbiamo assistito a una vera e propria diaspora di poeti e scrittori, esiliati dall'editoria italiana. Altro che Vittorini, o Calvino. A fare gli editor oggi sono, per un Mozzi che resiste, nella maggioranza dei casi, dei 'funzionari della letteratura', degli onesti e a volte anche colti 'impiegati delle lettere', persone che non hanno mai scritto una riga in proprio, o che, se lo hanno fatto, spesso e volentieri sarebbe stato meglio avessero evitato. Sono degli 'esperti', se volete, ma esperti tanto e soprattutto di marketing, mediamente meno d'arte e di letteratura. [...] Né va meglio in Rete, non sempre almeno, perché a fronte di interventi e web-log seri, affidabili, preziosi, o anche al loro interno stesso, eccola lì, la critica 'sauvage' che spinge, gli e-beejay da radio libera paesana, quelli che sparano migliaia di watt per trasmettere ciò che copiano dalle radio nazionali, o che pensano che Nastascja sia l'ultima stupefacente novità della ricerca musicale contemporanea, la critica sauvage di quelli che sanno un po' di tutto e tutto di niente, di quelli che apoditticamente affermano sulla sola base del loro (assolutamente indiscutibile, sia chiaro) diritto a pubblicare. [...] La semiosfera letteraria, insomma, non è occupata solo dai beejay, ma anche dai commercialisti e da una strana figura che definirei del tuttologo-dilettante, del critico selvaggio. Nascono così i dibattiti poveri di un'Italietta letteraria costretta a scandalizzarsi del successo di Faletti, senza però aver poi capito bene che l'arte cambia, mentre il trash tende a restare sempre uguale a se stesso e che continuare a stupirsi dell'esistenza dell'immondizia (posto che Faletti sia trash, e Baricco, o Avoledo, o Lello Voce no, ma non è questo il punto che mi preme), non ci aiuterà più di tanto a rendere profumate le nostre letture.
[...] Occorre dunque una verifica dei poteri. Dei poteri reali, tanto quanto di quelli 'simbolici', teorici, epistemologici. [leggi tutto]

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