Sui cataloghi delle Biblioteche Civiche, ovvero una storia di ordinaria censura

Sui cataloghi delle Biblioteche Civiche, ovvero una storia di ordinaria censura Da un paio di giorni è letteralmente esplosa una sacrosanta polemica sulla proposta avanzata dall'Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia, Raffele Speranzon, di redigere una lista di libri la cui distribuzione nelle Biblioteche Civiche e Scolastiche della Provincia di Venezia fosse vietata, una proposta la cui carica grottesca e assurda non è bastata (forse per fortuna) a farla rubricare tra le cadute di stile di una classe politica ormai completamente avulsa da ogni questione che possa riguardare lo stile e, per estensione, la cultura.

Se oggi torno sulla questione, però, non è per rincarare la critica al fatto che in Italia, di questi tempi, non risulti poi così assurda una proposta del genere, e neanche sul fatto che le testate giornalistiche nazionali abbiamo impiegato tre giorni prima di occuparsi della cosa, tutt'altro, vorrei ritornarci per raccontarvi di una vicenda grottesca che mi è capitata qualche tempo in una biblioteca rionale milanese. Una storia che condivide una certa demenza di fondo con questa dei libri proibiti, una demenza che accompagna troppo spesso la cultura nel nostro paese.

Cercherò di essere breve. Circa due anni fa, per il mio lavoro di tesi su Michele Mari, ho dovuto reperire tutta la sua produzione narrativa, più o meno una decina di libri, tutti di grandi case editrici (da Einaudi a Marsilio, da Bompiani a Mondadori) e, avendo fretta di rileggerne uno in particolare, lo stupendo Tutto il ferro della torre Eiffel, mi sono recato nella biblioteca rionale sotto casa (per la cronaca la Biblioteca Crescenzago, di Milano) dove sapevo di trovarlo, visto che era esattamente quella la copia che avevo letto.

Controllando tra gli scaffali, però, quel libro non c'era e, dopo un paio di settimane di inutile attesa, nell'eventualità di un prestito non concluso, andai a chiedere delucidazioni alla direttrice della biblioteca. Questa signora, evidentemente all'oscuro dell'esistenza di autore di nome Michele Mari nella storia della letteratura contemporanea italiana, mi disse che non risultava nel loro catalogo e che non lo avevano mai avuto, cosa che contraddiceva il mio sicuro ricordo della passata lettura, gli utlimi dieci anni di storia letteraria italiana.

Dopo nemmeno una settimana da quando ero venuto a conoscenza del fatto che la mia memoria faceva degli scherzi (o che la direttrice della mia biblioteca non era la più ferrata di storia della letteratura contemporanea), su una bancarella del mercato domenicale dei Navigli trovai una copia di quel libro, ma non una qualsiasi, proprio quella, la stessa, con tanto di timbro della Biblioteca in questione, accanto al quale ne campeggiava un altro, con scritto SCARTO.

Il giorno dopo, ovviamente tronfio della prova che sanciva la potenza della mia memoria e, insieme, della malafede della direttrice, tornai da lei a chiedere ulteriori, delucidazioni. La risposta che mi diede fu insieme assolutamente semplice e assolutamente terrificante «Lo abbiamo scartato? Si vede che non lo chiedeva nessuno».

Nonostante magari fosse vero che quel libro, uno dei capolavori degli ultimi dieci anni, "non lo chiedeva nessuno", visto che la maggior parte dei lettori predilige le schifezze, protestai che una biblioteca, per definizione, non deve tenere solo i libri che vanno di più, perché in quel caso sarebbe più giusto chiamarla libreria e mettere dei prezzi sulle quarte di copertina. Non mi ricordo che cosa mi rispose la direttrice, forse fece spallucce.

Giunti alla fine di una storia, ogni tanto, ci si imbatte in una morale, in un significato che giustifica il racconto di quella storia. In questo caso la morale non esiste, esiste solo l'evidenza di un problema: le biblioteche, in Italia, come tutto ciò che riguarda la cultura, sono spesso lasciate in balia dell'idiozia della classe politica, all'ignoranza di qualche amministratore o, quando va di lusso, a se stesse, vale a dire alla passione di moltissimi dei dipendenti che, pur pagati una miseria, spesso (purtroppo non sempre, come dimostra il caso che vi ho appena raccontato) si fanno in quattro per assicurare un servizio decente.

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