Il disgregatore astrale, di Rhys Hughes. Intervista all’autore

Il disgregatore astraleImmaginate che all’improvviso il cielo non ci sia più e sulle nostre teste incomba “una piatta distesa di roccia levigata”. Questo “soffitto sopra il mondo” crea, com’è comprensibile, un bel po’ di difficoltà in tutte le varie persone che si trovano a vivere senza più cielo, sole, luna, stelle. Per cercare di risolvere il problema si fa ricorso a molti mezzi (bombardare la lastra, per esempio) e, visto che non si ottiene nulla, si passa ad altri metodi per non sentire l’oppressione, come quello, di molte colonne di luce che illuminano il tutto conferendo al panorama un aspetto affascinante:

“in poco tempo diversi fasci di sibilante luminosità trasformarono il paesaggio urbano in una cattedrale, un luogo di culto privo di un vero e proprio oggetto di culto, a meno che quell’oggetto non fosse se stesso o noi, gli abitanti. Puntate dritte in alto o inclinate di pochi gradi, le colonne si ergevano imponenti.”

A investigare il mistero viene chiamato Sampietro Mischief, rinomato Investigatore dell'Assurdo che riesce a risolvere il caso e ad aprire uno squarcio di speranza: “Cosa ci impedisce di portare il cielo dentro casa?”.

La storia del “soffitto sopra il mondo” e dell’investigatore Sampietro Mischief (e anche del suo maggiordomo Chives, “mostro” con tre gambe) è narrata ne Il disgregatore astrale di Rhys Hughes, pubblicata da 40kBooks. Una lettura piacevole, che, si dipana come un film agli occhi del lettore. Del resto Rhys Hughes racconta a Patrick Hester di aver avuto la storia in testa prima di scriverla, proprio come un film:

Il mio metodo di lavoro in genere è molto vario, nel caso de “Il disgregatore astrale”, prima di cominciare a scrivere avevo già in testa tutta la storia, scorreva come un film. O meglio, non era esattamente un film con la sua sequenza narrativa completa, ma piuttosto una serie di frammenti, come un vecchio film di cui resta solo qualche fotogramma e che deve essere ricostruito a partire da immagini sconnesse. Mi capita spesso di scrivere in questo modo. Altre volte inizio a scrivere una racconto senza avere la minima idea di come andrà a finire, mentre scrivo è come se qualcun altro mi stesse dettando la storia. Nel caso de Il disgregatore astrale, comunque, tutti i punti caldi della trama mi erano ben chiari prima che cominciassi a scrivere, quindi il finale non mi ha sorpreso poi molto, il che è rassicurante. C'erano veramente pochi aspetti suscettibili di variazioni durante il processo compositivo. Il titolo, poi, lo avevo pronto da anni. Ho sempre a portata di mano una lista di titoli per futuri racconti, con la speranza di trovare prima o poi il tempo di dedicarmici. Certe volte so bene quale storia racchiude un titolo, si tratta solo di buttarla giù, di trasferirla dal mio cervello alla pagina. Altri titoli restano semplici stringhe di parole, finché, all'improvviso, non sento l'urgenza di tornarci sopra. Il disgregatore astrale stava aspettando dal 1985. Quando ho deciso di scrivere una storia sul furto del cielo, ho scorso la mia lista di titoli potenziali e quello mi è balzato agli occhi.

Interessante la figura dell’Investigatore dell’Assurgo, Sampietro Mischief, che l’autore definisce come un “individualista anticonformista stereotipato”:

Sampietro Mischief è un Investigatore dell'Assurdo, ma la vera domanda su di lui è questa: le sue indagini risolvono casi assurdi o, al contrario, ne aumentano l'assurdità? È un individualista, ma perennemente a rischio di cadere nella trappola dell'anticonformista stereotipato. Ed è questo genere di paradosso che rende la sua vita immaginaria degna di essere vissuta. Suppongo che a molti scrittori non dispiacerebbe cimentarsi nella creazione di un investigatore privato o di un ispettore di polizia. Se non altro perché sono le figure perfette a cui ancorare avventure enigmatiche. Per quanto mi riguarda, non volevo che fosse né troppo esperto, né incompetente. Volevo che fosse una sintesi dei due estremi. "Paradosso" è la parola chiave per capirne la natura, la storia personale, la situazione familiare e il suo destino. E sospetto che il suo cucciolo di mostro, Chives, finirà per dominare il suo universo privato.

Rhys Henry HughesAnche se Sampietro Mischief ricorda molto Sherlock Holmes, Rhys Hughes afferma di non essersi ispirato direttamente alla creatura di Arthur Conan Doyle:

Credeteci o no, non ho mai letto una storia di Sherlock Holmes! Ho visto film e ho guardato adattamenti televisivi, ma non mi sono mai confrontato direttamente con il vero personaggio creato da Conan Doyle. Avrò mai tempo di leggere l'originale? Non ne sono sicuro. Ho tante di quelle letture arretrate che di certo per molto tempo ancora non accadrà. Ma immagino che Sherlock Holmes abbia un'influenza, diretta o indiretta, su ogni autore che inventi un detective privato o un poliziotto, anche se nelle intenzioni dovrebbe essere il più originale possibile. È inevitabile. Quanto a Sampietro Mischief, è basato su varianti che si discostano leggermente dall'archetipo, come Thackeray Phin di John Sladek. La differenza principale, suppongo, è che Phin è un demistificatore dalla parte del bene e di solito ha ragione, mentre da che parte stia Sampietro Mischief non è altrettanto sicuro, posto che sia schierato, inoltre non tende a ricondurre la cose alla normalità, al contrario le rende ancora più assurde. Forse è solo un amante del paradosso senza un nucleo morale al di sotto delle sue ossessioni di superficie.

Uno degli aspetti particolari de Il disgregatore astrale è l’ambientazione: la storia, infatti, si svolge in un paese che si chiama Italia Letteraria o It-Let , paese che è

a forma di stivale, come lo stivale del critico che prende a pedate gli autori troppo boriosi, o forse come lo stivale dell’autore che restituisce i calci con l’altro piede, non saprei.

Le città di It-Let hanno i nomi di vari autori: la storia principale di svolge a Buzzati, ma abbiamo anche Gadda, Svevo, Levi, Bassani, Calvino, Eco. Dice l’autore a proposito di It-Let e, in generale, del mondo de Il disgregatore astrale:

“Il disgregatore astrale” è solo la prima di una serie di storie collegate tra loro e ambientate nello stesso mondo immaginario. Non ho ancora scritto il sequel. L'anno scorso ho scoperto Primo Levi e sono rimasto estremamente impressionato dalla sua serie di racconti brevi, molti dei quali ingegnosi quanto quelli di Calvino. Hanno lo stesso sapore. Per me è un altro eccellente scrittore italiano da aggiungere alla mia libreria personale. Per questo ho deciso di creare una terra immaginaria chiamata “Litalia”, “Lit-It” o “Italia Letteraria”, e di costellarla di città che hanno una connessione fondamentale con gli scrittori che ho nominato. Sampietro Mischief risiede a Buzzati, ma ho intenzione di spedirlo in giro per tutta Italia Letteraria, a visitare Calvino, Gadda, Dante, Ariosto, Eco e altre svariate città, insieme al suo compagno, Chives. Non sono sicuro di quante storie alla fine saranno ambientate in Italia Letteraria. Forse una dozzina in totale, abbastanza da farne un libro quando il ciclo sarà completato.
Scriverò presto la seconda storia su Sampietro Mischief, probabilmente nel giro di pochi mesi. Non sono ancora sicuro del titolo, ma sospetto che sarà ambientata nella città di Calvino. Per me, questa è sempre stata l'ambientazione più scoraggiante e non voglio rischiare di trasformarla in un ostacolo psicologico troppo grande posponendo la sua trattazione. La storia in sé probabilmente riguarderà l’invasione della città da parte di una o più versioni robot di Marco Polo, ognuna delle quali, forse, associata a una diversa carta dei tarocchi. Calvino, scrostata strato dopo strato, muterà le sue caratteristiche e ciò causerà un'alterazione nella vita dei cittadini, finché Sampietro Mischief non fermerà gli invasori. Se li fermerà. Oserei dire che ci sarà anche un'armatura nel racconto, sebbene non sappia ancora in quale contesto. Sto anche giocherellando con l'idea di dividere la storia in due metà uguali, una metà “buona” e una “cattiva”, sebbene realizzare questo capriccio potrebbe andare oltre le mie abilità tecniche.

A Patrick Hester, Rhys Hughes racconta anche altri particolari del suo libro e della sua attività di scrittore in genere.

Rhys Henry Hughes (dal suo blog)Appena ho finito di leggere Il disgregatore astrale, mi sono ritrovato a pensare a Terry Pratchett. Pratchett ha influenzato il tuo modo di scrivere?
Rispetto Terry Pratchett e lo stimo molto come autore di fantasy umoristico, ma non ha mai avuto un'influenza su di me. O se l'ha avuta è stata subliminale o indiretta. Tendo a citare come mie “influenze” solo gli autori che ho letto davvero molto e di lui non ho ancora letto abbastanza. Quando si tratta di fantasy, sono autori come Jack Vance e James Branch Cabell a ispirarmi, o le opere più fantastiche di Italo Calvino. Preferisco l'ironia alla commedia, o almeno apprezzo le commedie più ironiche possibile, e l'umorismo di Pratchett tende a essere un po' troppo ortodosso per i miei gusti. Detto questo, il suo tempismo comico è impeccabile. Mi piacerebbe avere il suo senso del ritmo. Ma per me l'ironia è ancora più importante, ed è questo il motivo per cui amo così tanto Vance, in particolare il suo Ciclo della Terra Morente. Non sono pezzi che ti fanno sbellicare dalle risate, ma hanno un umorismo sagace ed emanano un'energia spietata e spinosa che si avvicina al mio ideale di scrittura.

Da dove trai ispirazione quando componi le tue storie?
In genere mi lascio ispirare dalla filosofia, dalla logica, dalle trappole mentali. Amo prendere dei concetti e rielaborarli per vedere cosa succede. Questo non significa che cerchi di essere criptico, al contrario, per me la trasparenza e la chiarezza sono un valore. Il lettore dovrebbe essere stimolato intellettualmente, ma non messo troppo duramente alla prova. Apprezzo la narrativa concettuale che stimola il cervello solo se non è fine a se stessa: deve anche divertire. Per me Italo Calvino rimane nel novero degli scrittori più sofisticati perché, nonostante la sua intelligenza superiore alla media, mostra sempre un profondo interesse nei confronti dell'umanità e della realtà. Mi piace pensare di trarre anch'io molta ispirazione dal mondo reale, ma ogni volta che leggo Calvino mi rendo conto di quanto potrei sforzarmi di più per ottenere un migliore equilibrio tra la testa e il cuore, tra il mondo della logica e il mondo dell'esperienza. Io non ho ancora trovato un equilibrio, Calvino sì, anche per questo guardo costantemente ai suoi risultati con riverenza.

Il modo in cui utilizzi il linguaggio è straordinario; ti bastano poche parole per dipingere un intero mondo dai colori vividi. Fai anche largo uso di umorismo – arriveresti a definire tutto ciò come il tuo stile?
Spero di avere uno stile distintivo e riconoscibile, ma davvero non sono io la persona più adatta a giudicare. Tutto quello che posso dire è che penso di essere riuscito a forgiare uno stile che è una miscela di molti elementi, tra cui c'è sicuramente l'umorismo, ma non voglio arenarmi nel manierismo. È pericoloso tentare a tutti i costi di sviluppare uno stile personale.

L'ironia è per me di fondamentale importanza, almeno da quando ho letto Candido di Voltaire a quindici anni. Fu la prima volta che ebbi a che fare con travolgenti contenuti ironici e rimasi molto colpito. Più tardi scoprii le storie di Donald Barthelme e il suo travolgente stile ironico. Non ne rimasi meno impressionato. Ora trovo arduo leggere qualsiasi prosa che non abbia almeno un minimo di qualità ironica. Quando parlo di “ironia” non intendo sarcasmo o scetticismo impertinente, ma autentica ironia, che esprime un significato a un primo livello, ma aggiunge significati diversi, alcuni dei quali in contraddizione tra loro, a livelli più profondi. La prosa pienamente ironica è qualcosa che mi dà dipendenza, e tutti i miei autori preferiti la utilizzano. È importante ricordare che l'ironia può essere positiva come negativa. Devo tornare ancora su Calvino, ma è di nuovo lui un eccellente esempio di ironia che esalta la vita. Amo anche Lem, Alfau, Borges, Vance, Flann O'Brien, Sladek, Mutis, Pavic, Barth, Perec, Queneau, Vian... Un buon esempio di un libro che ha tutto ciò che io apprezzo in un'opera di narrativa è Leggende alla fine del tempo di Michael Moorcock: una raccolta di tre romanzi di stupefacente inventiva, che si occupano di questioni di massima importanza, affascinanti quanto preoccupanti, scritte in uno stile altamente coinvolgente, che fa un uso superbo di ironia, assurdo, farsa, tragicommedia e satira.

Hai sempre saputo che volevi scrivere fantasy e science fiction o è qualcosa che hai capito nel corso degli anni?
Volevo fare lo scrittore già all'età di sei anni. Prima volevo diventare un esploratore, ma mi dissero che non c'erano più nuove terre da scoprire. La carriera di scrittore è stata quindi un ripiego. Ho sempre voluto diventare uno scrittore di science fiction. Il mio amore per il fantasy, invece, si è sviluppato solo in seguito. Non sono mai stato un appassionato ammiratore del fantasy “epico” o “eroico”. Preferivo la versione più anticonformista proposta da scrittori come Vance, Silverberg, Delany, Moorcock, Zelazny. Per un periodo il mio romanzo preferito è stato La mano sinistra delle tenebre di Ursula Le Guin. Ma ho sempre trovato più difficile pubblicare le mie opere di SF piuttosto che quelle di altri generi. Il mio scrittore di SF preferito in assoluto è probabilmente John Sladek, che però è più interessato ai concetti puri e ai paradossi che alla scienza di per sé. Per me il più bel libro SF, che non è davvero SF, è Le cosmicomiche di Calvino. I fan di SF tradizionale resteranno probabilmente sconvolti dalla sua apparente stravaganza, ma in realtà è un'opera estremamente rigorosa. Ho divagato troppo, vero? Sì, volevo fare lo scrittore da molto molto tempo. Ma non so perché.

Ho letto online che stai lavorando al progetto di scrivere mille racconti tra loro interconnessi – quando si lavora a così tante storie diverse, come si mantiene la freschezza della scrittura evitando di essere ripetitivi?
Il cruccio di connettere tra loro tutte le mie opere è qualcosa che ho preso in prestito, o rubato, da Moorcock. Lui ci è riuscito e ho deciso di provarci anch'io. Più tardi ho scoperto che altri autori si sono cimentati con la stessa impresa, James Branch Cabell e Cordwainer Smith, per esempio. Mi sono dato il limite di mille racconti perché è un numero elevato e ci vorrà un lungo periodo per realizzarlo, ma è ancora fattibile. La mia prima storia risale al 1989, la numero 1 del mio progetto dei mille. Recentemente ho finito la storia numero 567, quindi sono oltre la metà del mio schema. Spero di arrivare alla storia numero 1.000 un giorno, ma niente è certo a questo mondo. Se tutto va secondo i piani, il risultato finale sarà un insieme unificato, un grandioso ciclo di storie costruito a partire da una moltitudine di cicli più piccoli accordati tra di loro. Quale sarà, alla fine, la simmetria dell'opera è un'altra questione. Potrebbe finire che assomigli a un gigantesco e insolubile groviglio!

Ma l'obiezione che hai sollevato a proposito della ripetitività è valida e la risposta in breve è: non posso garantire che non sarò ripetitivo. Non c'è alcun sistema che garantisca la buona riuscita dell'impresa. Semplicemente sta a me prestare molta attenzione ed evitare di prendere la strada più facile ogni volta che devo risolvere un problema narrativo. Una certa dose di ripetizioni può essere di beneficio, può avere un forte impatto positivo, come ha spesso dimostrato J.G. Ballard. L'attenta ripetizione in funzione di rafforzativo è uno strumento utile, ma la pigra ripetizione è disastrosa. La mia mente sprigiona continuamente una moltitudine di nuove idee e ciò mi permette di essere molto pignolo e di scegliere solamente la più originale, ma ho il sospetto che ripetizioni non calcolate faranno capolino nella mia opera, si spera non spesso. Non c'è altra soluzione che essere vigili e imporsi disciplina!

Hai scritto storie destinate unicamente al mercato estero, non in inglese – le hai scritte direttamente in un'altra lingua o vengono tradotte in un secondo momento?
Non scrivo in lingue diverse dall'inglese. Ho un'infarinatura di altre lingue derivante dai miei viaggi, ma non ho una grande inclinazione per le lingue straniere. Mi affido completamente ai traduttori. Il modo in cui prendono vita i miei libri non in inglese è più o meno questo: scrivo tantissimo. Non sono sorprendentemente prolifico come dichiarano spesso i critici: paragonato a Moorcock, Silverberg, Calvino, Aldiss, Zelazny eccetera, sono un fannullone. Nondimeno scrivo ogni anno molto più di quanto i miei editori possano gestire. Pertanto è un'opzione attraente poter offrire agli editori esteri l'occasione di distribuire per primi certi libri e storie individuali. Invece di limitarmi a consentire la traduzione dall'inglese, creo versioni personalizzate dei miei libri per i diversi mercati. Questo vale principalmente per raccolte di racconti brevi, ma se un editore straniero è interessato a un nuovo romanzo prima di un editore inglese, non esito a spedirglielo all'estero. Molte delle mie storie sono apparse prima in una lingua straniera. Molte altre sono apparse solo in lingua straniera e forse alcune di queste non verranno mai distribuite in inglese. Saranno variazioni senza un tema visibile...

Progetti per i prossimi ebook?
Credo che 40k abbia diversi ebook delle mie opere in cantiere. Più avanti potrei anche pubblicare personalmente i miei ebook, nel corso dell'anno. La prima volta che ho sentito parlare di editoria digitale ero scettico, ma ultimamente sembra davvero che abbia spiccato il volo. Sto pensando di procurarmi un Kindle. Tutte le persone che conosco che ne hanno uno me lo consigliano caldamente. Vedremo!

Rhys Hughes
Il disgregatore astrale
traduzione di Leonardo Pappalardo
40kBooks, 2010
ISBN 978-88-6586-034-2
eBook, euro 2,90
traduzione dell’intervista di Daria Bernardoni

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