I fuoriusciti. Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette, di Michele Lupo

fuoriusciti"

Ho girato l'Europa intera in autostop (...) Eravamo noi a indicare la strada agli automobilisti. Lisbona Nantes Blumau. Loro si limitavano a tenere il volante, a inseguire la selva di odori che schiudeva una falla dentro la loro noia e si apriva un passaggio verso un'eccitazione nuova (...) Gli potevi vedere il cambiamento, negli occhi. Un bagliore sorpreso. Una gioia. Non l'avevano prima. Allora capivi quanto desiderio premeva, lì sotto, pensavi che avrebbero pure lasciato le loro mogli, se solo glielo avessi chiesto. Che si vedevano farlo. Ma alla fine del viaggio, alla sera, ti salutavano con sollievo, per non averli costretti a oltrepassare la soglia".

“Sono racconti scritti negli anni, anche dodici o quindici anni fa, ma la loro eterogeneità stilistica non è dovuta alla distanza temporale, bensì a una mia personale convinzione: ogni storia chiama la sua voce, la sua lingua, il suo tono. Lo “stile” dell'autore è in gran parte un'invenzione”. Così Michele Lupo mi scrive per introdurre i suoi racconti della raccolta “I fuoriusciti”, recentemente pubblicati da Stilo Editrice. Alcuni di essi erano già apparsi su riviste letterarie come in-edito o Tabula Rasa.

Ovviamente in ogni raccolta di racconti si cerca sempre il famigerato 'filo rosso' che li lega. Io invece li ho letti così, d'un fiato, uno dietro l'altro, senza riuscire a pensare alle proverbiali sottese assonanze che rimandano l'uno all'altro.

Succede così, quando si leggono delle buone storie: ci si estranea da tutto il resto (e, nel caso dei racconti, si dimentica subito il racconto precedente, una volta iniziato a leggere quello successivo). Perchè, come dice Garcia Marquez, il bravo scrittore è tale se riesce ad “addormentare” il lettore rispetto alla sua realtà, evitando accuratamente, per questo obiettivo, parole e accorgimenti stilistici inappropriati, che possano farlo 'svegliare'.

Si parte con la storia de Il babysitter, Enrico, che appena licenziato dalla sua ditta finisce a fare il babysitter in casa di Olga, amica che fin dal liceo l'ha sempre trattato come un lacchè, il che non fa bene alla sua già scarsa autostima da disadattato aspirante pittore, novello disoccupato.

“Alla fine anche lui, a forza di non sfondare, era stato sommerso da un senso irrevocabile di sconfitta – l'immagine di un pittore di provincia frustrato e relegato nelle piccole nicchie di finta gloria scavate sotto casa, nel pettegolezzo dei conoscenti, le targhette le coppe le medaglie, magari il discorso delle autorità e la recensione del giornalino locale, l'armamentario tipico dei dilettanti, di cui Enrico aveva orrore”.

Non ti lascia tregua lo stile sincopato dei pensieri della protagonista della Sciarpa verde, una 'sistemata', con figli e un marito che fa 'la sua vita' (lasciando lei a fare la sua) e una sorella che va per i 40 e non fa che presentarle tizi uno più assurdo dell'altro (l'ultimo è un ladro, e probabilmente anche un omicida, ma lei continua imperterrita a giustificarlo, durante il loro pasto al fast food in cui si svolge la storia). “Essere la sorella maggiore mi ha condannato a questo per tutta la vita: io so sempre quello che faccio e lei no...Esisto per redimerla dice lei...Ad ogni modo la frase non è sua: si è fermata al primo anno di università. Come diceva mia madre, l'unico posto in cui Claudia è capace di restare per un po' è davanti allo specchio”.

In Cimento del tempo libero, invece, c'è Matteo, rimasto senza un soldo e col frigo vuoto, a girovagare per il mercato alla ricerca di un jeans da cambiare con quello che non gli sta più, e che decide di diventare venditore nella fantomatica ditta di Special Life, dove incontrerà la persona che si è arricchita alle sue spalle. Matteo che ciondola “fra i banchi del mercato con la sua busta di plastica; si guarda in giro e cerca di immaginare dove corrano gli altri, quali vite e luoghi e uffici li aspettino. Comporre in storie plausibili l'affaccendarsi altrui non è solo un modo di favoleggiare sul mondo: spera che gli altri gli suggeriscano un metodo o una concretezza maggiore di quella di cui dispone lui”.

Non posso ovviamente parlare così diffusamente di tutti i racconti della raccolta: cito almeno l'ultimo, il mio preferito, Congedo, storia di una giovane poetessa che un tempo girava l'Europa in autostop con la sua amica Ebe, e poi niente, riesce a malapena ad alzarsi dal letto per andare in bagno, per pura mancanza di volontà. Perchè insomma “non è una bella storia quella in cui sei sempre lì sul punto di farcela e non ce la fai mai. Non ti va di raccontarla. Alle amiche, per dire. Perchè mettiamo un giorno Ebe se ne esce con sua sorella e le dice: lei ormai è senza speranza. Tu pensi un'amica non parla così. Un'amica che è un'amica, naturalmente. Non dovrebbe”.

M. Lupo
I Fuoriusciti
Stilo ed.
10 euro

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