I bar a Roma, di Stefano Sgambati

bar a Roma“La gente è incredibile. Ci telefonano per parlare con Claudio Amendola. Noi li pijamo per culo. Je dimo sì sì, sta qua Claudio, e je passamo un cliente a caso”. E' esilarante leggere la pantomina del proprietario di Minibar, in via della Garbatella, perseguitato dai fan dei 'Cesaroni': Gaetano detto Nino, “un mix ben riuscito fra Franco Califano e Jack Lemmon”. “Quelli ce cascano pure – ha aggiunto nell'intervista a Stefano Sgambati, autore del divertente I bar a Roma – la gente è matta, capisce solo quello che vuole sentisse dì”.

E' una sfida riuscita, secondo me, quella della collana delle narraguide Centocittà di Castelvecchi: raccontare una città da punti di vista 'altri', esplorandola con occhi nuovi anche se ci abiti da una vita. E Roma non può non essere raccontata dalle miriadi di bar che la pullulano.

Sì perchè Roma è una città fondata sui bar. Anzi, meglio, come scrive Sgambati, è “una splendida città fondata sui sette colli e quattro miliardi di bar”. Perchè a Roma i bar sono “una questione di tifo”: a volte basta una sedia di plastica, un tavolo, e un barista come Nicola del bar Caffè Teatro al Celio, per fare un bar (da lui è tutto un viavai di persone che vanno a salutarlo di continuo “tipo il papa”).

In fondo, scrive l'autore, non è vero che “la scelta di un bar si poggia su miriadi di variabili – quali l'affezione, la vicinanza, l'abitudine, il personale, la pigrizia, il vezzo, il vizio (ho conosciuto un tale che soleva recarsi sempre allo stesso caffè da quarant'anni perchè gli mettevano sempre la tazzina col manico dal verso giusto, lui era mancino)”?

I bar di Roma sono inoltre “approdi per chi nutra l'intenzione di vivere una giornata culturale lontano dalle solite mete”, come capita ad esempio al Caffè du Parc all'Ostiense. I bar sono “testimonianze di una città” che vanno conosciute e tramandate. Anche perchè parlano della nostra identità, e di quello che la Capitale d'Italia in piccolo, e il Paese per estensione, sta diventando. “Roma è tanto cambiata Stefano – dice il proprietario del 'Bar dei Cesaroni' - Roma adesso è brutta. Io che sono nato e cresciuto a Torpignattara se vado a camminà da quelle parti e vedo come so' ridotti tutti i vecchi negozi storici, presi da cinesi e da gente che non gliene frega niente, io me metto a piagne, Stefano”.

Ma soprattutto, i bar sono avamposti di un modo diverso di vivere la città (e la vita stessa) forse: “scegliere un libro, sfogliarlo piano, bere un caffè: ecco qua la miccia lunga della vita. Ecco qui come si fa a disinnescare l'enorme bomba dell'eternità: con le piccole cose, concedendosi minuziosi lussi...frequentare un bar è soprattutto un insegnamento di vita tranquilla – scrive l'autore – In un mondo dove tutti corrono, la vera rivoluzione è fermarsi, lasciarsi superare”

Nella lista di Sgambati ci sono gli 'imprescindibili': Andreotti (“che non c'entra niente con il più noto senatore a vita”) le cui creazioni dolciarie sono state immortalate da Ozpetek nella 'Finestra di fronte', oppure l'Antico caffè Greco, il Colosseo dei bar (“ha visto nascere e morire tutta Roma ed è inutile che vi tocchiate parti del corpo deplorevoli: a occhio e croce vedrà morire pure noi”), ci sono i maritozzi che escono dal forno di Checco er Carrettiere come “piccoli figli vivi e allattati a panna”-

C'è lo Zodiaco, la “mano che je fa dì de sì...l'arteria di Roma, quella dove il sangue pulsa e rende chiaro perchè, certe volte, due occhi sono pochi”, oppure Ciampini a piazza san Lorenzo in Lucina, dove si fanno affari,“si ipotizzano decreti legge, si plasmano amori e, soprattutto, si fa il Negroni col Punt e Mes”.

Ognuno di loro ha una “primogenitura, un orgoglio da raccontare a chi lo chiede”. C'è Ciampini, che ha 'allargato' l'aperitivo rispetto a cocktail e quattro patatine che andava prima, c'è Giolitti in centro che si è inventato il gelato alla frutta, c'è il Caffè del Cappuccino che lancia il Pastrami e il Bar Belli che prima di lui a san Lorenzo di notte si dormiva e basta, niente movida.

Tante sono anche le 'chicche' da scoprire grazie alla lettura, come il Bar del Cappuccino a largo Arenula che, concordo, è minuscolo e sembra proprio “un vagone della metropolitana a cui hanno ravvicinato le pareti”, o il Caffè Universale alle Coppelle, dove potrete degustare un cioccolato in tazza con lo strepitoso 'falso pepe del Perù' mentre sotto vi attende una Spa “mostruosamente bella”. C'è Flaneur e le sue composizioni floreali a Collina Fleming o Cristalli di zucchero a Monteverde, che quando esci da lì il portatile di profuma di cioccolato a vita, e Da Luigi, che al tufello si è inventato i bucatini al caffè (vanno a ruba, assicura lui).

Ultima curiosità: a Roma, sorpresa, si fa il caffè più buono d'Italia, come stabilito dall'Iliac (Istituto internazionale Assaggiatori di Caffè) che ha 'incoronato' per tale merito il Caffè Colonna.

S. Sgambati
I bar a Roma
Castelvecchi
14.90 euro

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