Può esserci qualcosa di morboso nel pubblicare i libri?

Può esserci qualcosa di morboso nel pubblicare i libri?Leggevo di uno psicologo di New York – Anton Armbruster – che, nel commentare la notizia della pubblicazione del Libro Rosso di Jung (libro che l'autore non ha mai voluto pubblicare e che è stato dato alle stampe da poco per volontà degli eredi), chiosava:

In una versione del mito greco, Ade (Plutone), rapisce la giusta Persefone mentre era nei campi a raccogliere presumibilmente violette. In un inno omerico, tuttavia, il fiore raccolto non era la viola, ma il narciso. In questa rivisitazione della storia, la perdita dell’innocenza di Persefone, mentre camminava da sola in un momento privato tra i narcisi, fu adombrata dalle violente ossessioni di Ade con le sue proprie esigenze e la totale mancanza di pudore, empatia e moralità. Nell’uomo moderno, attraverso gli strumenti di internet (Facebook, Twitter, ecc.), è apparentemente in crescita l’esigenza profondamente narcisistica di annunciare al mondo l’attività di altri, entrando senza alcuna delicatezza nell’intimo della vita altrui. Le tendenze culturali di trasportare nel pubblico le attività private, compreso l’uso dei telefoni cellulari, l’incremento dei “reality” in televisione, la presenza del cybersex su internet e i bruschi atteggiamenti verso la proprietà intellettuale, sono del tutto simili a una rinnovata e inesorabile necessità di Ade di soddisfare i suoi appetiti, senza riguardo per la dignità di Persefone né per la lunga e disperata ricerca di Demetra nei confronti della figlia rapita.

Al di là della questione “Libro Rosso di Jung” lo spunto di Armbruster risulta molto interessante. Mi pare che ci sia una certa morbosità nel pubblicare libri: conosco autori (morbosi?) che smaniano nel vedere pubblicate le loro opere e sono capaci di uscire con più titoli l'anno con editori diversi (non sempre a pagamento: e questo la dice lunga anche sulla morbosità di certi editori); ci sono editori che pubblicano di tutto e di più, perché il mercato lo richiede e chissà per quali altre ragioni; ci sono lettori che morbosamente si attaccano a questo o quell'autore, a questo o a quel dettaglio di un'edizione e ne discutono a lungo e in largo sulla rete; come anche ci sono lettori-autori che iniziano campagne in rete per questa o quella (buona) idea editorial-libraria, fino a farla diventare un'ossessione (per sé e per gli altri, con il proliferare di newsletter & co). Per non parlare, infine, della morbosità di quegli autori che organizzano decine e decine di presentazioni del proprio capolavoro e di ognuna ti mandano l'invito, si offendono se non ci vai anche se la organizzano in un orario improponibile nella sala parrocchiale di una chiesa diroccata e, poi, ti inondano con foto, video e sbobinatura dei testi del memorabile evento.

Mi pare che, ultimamente, la capacità di intellegere si stia sempre più dissociando da quella di leggere, con tutto quello che comporta. O, forse, sono solo considerazioni morbose, le mie.

Foto | Flickr

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