Ritratto di gruppo con assenza di Luis Sepúlveda

Ritratto di gruppo con assenza di Luis SepÃ�ºlveda Per chi come me da ragazzo ha amato molto "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore", l'ultimo libro di Sepúlveda mette a tratti una certa emozione. Sì, perché negli articoli e negli appunti riportati in "Historias marginales II" (tradotto in Italia con il titolo del primo scritto: "Ritratto di gruppo con assenza" - Guanda, 157 pagine, 16 euro) viene raccontata anche la genesi di quel famoso romanzo e del suo incredibile personaggio. Sepúlveda si trovava in Ecuador, nella foresta, insieme a uno shuar. Colti da un improvviso acquazzone, trovarono rifugio nella capanna sperduta di un vecchio, un vecchio che leggeva romanzi d'amore. Da allora, e per anni, questa figura vagò nella sua mente in attesa che una macchina da scrivere le depositasse sulle pagina scritta.

Questo "ritratto" è un libro molto composito, che si inserisce in qualche modo nella tendenza diaristica attuale (basta pensare ai "Quaderni" di Saramago). Lo scrittore scende in piazza, si racconta e racconta viaggi ed esperienze vissute, più col piglio del narratore (o del cronista) che con quello del polemista, nonostante ci siano pagine dure, scritte con tono critico.

Al centro, come è inevitabile, la lontananza forzata dal suo Paese d'origine, il Cile, la guerriglia, i ritratti di personaggi che hanno lottato per la libertà, ma anche brevi storie, accenni a figure che in un certo senso hanno segnato la sua vita. Come quel ragazzo che un giorno, bussando alla sua porta, gli ha chiesto dei libri per la biblioteca del paese, o quel tale che, in un paesino a ottanta chilometri da Santiago del Cile, vive vagheggiando le sue invenzioni tanto ingegnose quanto bizzarre.

Un capitolo a parte è dedicato al giornalismo. Da ottimo cronista e viaggiatore Sepúlveda ironizza amaramente con un certo giornalismo, quello sensazionalistico, o quello svolto senza passione. Bello un aneddoto su una giornalista che, trovandosi di fronte a due signori seduti a un bar, non aveva la minima idea di chi fossero quei due. Erano lo stesso Sepúlveda e Kapuściński. Intervistò Sepúlveda, che si divertì a prenderla in giro dicendo di essere uno scrittore lituano.

Dove c'è umorismo c'è sarcasmo, in questo libro, e dietro a una scrittura a volte intima, nel quale la polemica (che si intuisce anche quando non è palese) è sempre chiara ma aggraziata dalla narrazione, si nasconde un uomo che ha deciso con sincerità di aprire il proprio taccuino al lettore. Ho sempre preferito i vecchi libri di Sepúlveda ai nuovi, dal "Mondo alla fine del mondo" a "Patagonia Express", ma questo libro ha il merito di rappacificarmi con il suo stile, con il suo modo di scrivere, con il suo modo di raccontare. E' stato un po' un tuffo nel passato, che spero di ripetere presto, magari con un romanzo.

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