Radiazione, di Stefano Jorio

rerereRadiazione, romanzo d'ersordio di Stefano Jorio, appena uscito per minimum fax, nell'attuale panorama della letteratura è un libro insolito perché riesce a combinare una trama, che allude al thriller con qualche tinta noir, a una buona qualità della scrittura.

La trama è semplice e complessa allo stesso tempo: il protagonista della storia è un trentenne che ha vinto il concorso a un ministero – senza raccomandazione, aggiungiamo, in un luogo dove la raccomandazione è quasi d'obbligo – e si ritrova a lavorare in uno strano ufficio situato in un sottoscala (di kafkiana memoria): il SOpA, che sta per servizio opere d'arte.

La sua vita potrebbe andare avanti con una certa tranquillità, se non fosse per l'inquietudine che si porta dietro, che nella storia, a mio modo di vedere, si traduce con un moderno vagabondaggio: è vero che ha un lavoro al ministero, ma è vero pure che lo stipendio è quello che è, e a Roma gli affitti sono quello che sono; può permettersi, insomma, solo di affittare stanze o, al limite, farsi ospitare su un divano.

Potrebbe andare avanti così, senza sobbalzi, senza sorprese, se non fosse perseguitato dall'amore perduto per Wiebke e, soprattutto, se non lavorasse dove lavora. Il SOpA, e lo scoprirà presto, non è altro che un covo di pazzi, dove interessi personali vanno a braccetto con uno strano (ma per niente insolito) connubio tra politica e religione, ovvero il Vaticano.

La situazione comincia a prendere una brutta piega appena si viene a sapere che è sparito un'opera del futurista Funi (e non sarà l'unica, naturalmente), un'opera che doveva far parte della mostra che stanno organizzando tra innumerevoli difficoltà e una buona dose di pigrizia.

È a questo punto che il nostro comincia a capire come stanno veramente le cose. Con il sostegno di un amico, un teologo tedesco di stanza al Vaticano, che di giorno è vicino al Cardinale Ratzinger e di notte ha incontri promiscui e lascivi, scopre che l'intreccio di cui sopra è cronico e radicato nelle istituzioni (e non solo nazionali).

È, insomma, una lettura dei nostri tempi disastrosi (e disastrati), sorretta da una scrittura basata sulla digressione che in alcuni punti è abbondante, ma in generale consapevole, generosa ed efficace.

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