Qualche ragionamento sui Barbari, ovvero sui soliti problemi dell'Italia contemporanea

Qualche ragionamento sui Barbari, ovvero sui soliti problemi dell'Italia contemporanea Arrivano i barbari, anzi sono già arrivati da qualche anno e noi non ce ne siamo accorti, anzi siamo noi i barbari, noi che, grazie ai mutamenti tecnologici che ci sommergono continuamente, abbiamo cambiato il nostro modo di porci verso il mondo, sostituendo alla profondità - idolo scomparso dei vecchi intellettuali - la superficialità, nostra nuova dea e nuova sede del senso delle cose.

Così si potrebbe riassumere, se volessimo usare veramente poche parole, il Baricco-pensiero sui cambiamenti che, negli ultimi anni, stanno riplasmando i nostri quotidiani atti culturali. Fin qui niente di nuovo, tutto già letto nei plurimi interventi sull'annosa questione che Baricco ha pubblicato negli ultimi anni sul quotidiano romano e ristampato i molteplici versioni libresche.

Ma leggendo il carteggio tra Baricco e Scalfari pubblicato ieri sulle pagine virtuali de La Repubblica, in realtà qualcosa di nuovo sembra emergere, una sorta di reciproco riconoscimento tra i due intellettuali che, pur provenendo da generazioni diverse, per la prima volta, si accordano vicendevolmente il diritto di dirsi "Barbari".

Ma sarà vero? Baricco e Scalfari sono due esemplari di nuova umanità barbarica, incarnazioni di un modello di uomo nuovo che sta soppiantando la pedante classe dirigente intellettuale di vecchio stampo? Io non credo proprio. Anzi, l'impressione è quella opposta, che cioè entrambi facciano parte del vecchio mondo, quel mondo di carta che tanto amava la profondità, e che adesso in qualche modo la rinnega, lasciando noi nuove generazioni in preda all'imbarbarimento, persi nella giungla dei reality, nuovi adepti della religione dell'apparenza.

Forse così si spiega meglio il sottile fastidio che mi solletica nel leggere le lettere che i due si scambiano, un fastidio che temo pianti le sue radici in quello che considero il vero problema della contemporaneità - non solo italiana - il problema del mancato ricambio generazionale, della posizione assolutamente maginale - e emarginata - dell'esercito di barbari, quelli veri, che hanno ora tra i 20 e i 30 anni, che vengono quotidianamente schiavizzati dal vecchio establishment culturale in stage e tirocini spesso non pagati, che non hanno, insomma, spazio per affermare la propria individualità.

Ma forse mi sbaglio, forse siamo ancora dei ragazzi, pischelli che devono imparare come si sta al mondo, e magari devono farlo da loro, dai Barbari, autoconvitisi depositari di un nuovo sapere tecnologico di cui però probabilmente non riescono a sospettare la vera potenza. Loro, Barbari nati ormai secoli fa, quando dei Barbari non c'era traccia, quando si sapeva solo che un giorno o l'altro sarebbero arrivati.

Foto | Repubblica.it

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