Michel Houellebecq su Paris Review: ecco a chi mi ispiro

houllebecq ridotto

Michel Houellebecq per quanto mi riguarda è un narratore immenso: ha aperto uno squarcio bello largo su un certo orrore che viviamo ogni giorno, e ci ha fatto infilare la faccia dentro costringendoci a guardare. Leggo su Paris Review una lunghissima intervista molto interessante - tutta in inglese - in cui Houellebecq racconta delle sue fonti di ispirazione.

E' un classico, la domanda nell'intervista allo scrittore famoso: a chi ti ispiri? Di chi ritieni essere un erede? O chi pensi siano i tuoi predecessori nella storia della letteratura? L'autore de Le Particelle Elementari non si fa pregare - stranissimo: al solito è molto evasivo - e traccia una planimetria dei suoi pilastri.

Sorpresa: gli piace molto Hans Christian Andersen. Ma anche Lovecraft, Baudelaire, Nietzsche, Schopenauer: e soprattutto Blaise Pascal. In attesa di La Carte et le Territoire, scopriamo che cosa ha letto Houellebecq, prima di diventare Houellebecq. Tutto dopo il salto.

Chi sono gli autori che più ammira?


Ci ho pensato poco tempo fa. Baudelaire mi ha sempre colpito molto, e poi Nietzsche, Schopenauer, Dostoevskij, e poi Balzac. E tutta gente che ammiro. Mi piacciono molto anche i poeti romantici, Hugo, Vigny, Musset, Nerval, Verlaine, e Mallarmé, sia per la bellezza dei loro lavori sia per l'incredibile intensità emotiva che trasmettono. A un certo punto però, ho cominciato a chiedermi se quello che ho letto da bambino non fosse più importante di quello che avevo letto da adulto.

Può fare qualche esempio?

In Francia ci sono due grandi autori di classici per bambini, Jules Verne e Alexandre Dumas. Io ho sempre preferito Verne. In Dumas c'era tutta quella parte storica che mi annoiava. Jules Verne profetizzava un mondo che mi piaceva. Sembrava che tutto gli interessasse. Anche le fiabe di Hans Christian Andersen mi piacevano, e mi hanno sconvolto. E poi c'era il cane Pif, un volume a fumetti pubblicato dalle Editions Vaillant e "sponsorizzato" dal Partito Comunista. Me ne sono accorto decenni dopo, quando ne ho riaperto un albo. Per esempio: un uomo preistorico si batte contro lo stregone locale per spiegare alla tribù che non serve nessun mago al villaggio, e che non c'è da avere paura dei fulmini. Quella serie era davvero innovativa, era fatta molto bene. Ho letto Baudelaire piuttosto presto, quando avevo circa tredici anni, ma il vero shock fu quando scoprii a Pascal. Avevo quindici anni. Durante una gita di classe, in Germania: il mio primo viaggio all'estero. Non so perché, ma mi ero portato dietro i Pensieri, di Pascal. Un passaggio mi aveva colpito moltissimo: "Immaginate una moltitudine di uomini in catene, tutti condannati a morte, alcuni dei quali vengono straziati e uccisi davanti agli altri, ogni giorno: i sopravvissuti si guarderanno in faccia con dolore e rassegnazione attendendo il proprio turno. Ecco, questa è l'immagine della condizione umana". Penso che mi colpì così tanto perché al tempo vivevo con i miei nonni. Improvvisamente capii che a breve sarebbero morti. In quell'occasione ho scoperto la morte.

Quali altri autori l'hanno colpita in passato?
Ho letto molta fantascienza. H.P. Lovecraft, e poi Clifford Simak. City è un capolavoro. Anche Cyril Kornbluth e R.A. Lafferty.

Che cosa le piace della fantascienza?
A volte penso che dovremmo prendere una pausa dalla realtà. Quando scrivo, tendo a considerarmi come un realista, che esagera, ma solo un po'. Ma c'è una cosa che mi ha molto influenzato, che si trova in Lovecraft e ne Il Richiamo di Cthulhu. Utilizza nella narrazione diversi punti di vista. C'è un pezzo di diario, poi gli appunti di uno scienziato, seguiti dalla testimonianza dell'idiota del villaggio. Puoi vedere questa influenza ne Le Particelle Elementari, dove passo da una discussione sulla biologia animale, poi al realismo, poi alla sociologia. A parte la fantascienza però, devo ammettere che tutti gli autori che mi hanno influenzato, sono del diciannovesimo secolo.

So che apprezza molto Auguste Comte, il fondatore del positivismo, uno dei padri della sociologia...
Molti trovano Comte illeggibile, perché tende a ripetersi fino alla follia. E parlando in termini medici, non era certamente molto lontano dall'essere folle. Per quanto ne so, è anche uno dei pochi filosofi ad avere tentato di commettere suicidio. Si gettò nella Senna in seguito a una delusione d'amore. Lo tirarono fuori e passò sei mesi in un sanatorio. Ed era il padre del positivismo, cioè la massima vetta del razionalismo.

Via | Paris Review

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