John Brockman: Einstein secondo me


Bollati Boringhieri pubblica il volumetto Einstein secondo me, che mi ha colpito per curatore, John Brockman. Se il nome vi è sconosciuto, fate un salto su Edge.org, il forum dove da anni Brockman stimola la discussione tra le menti più acute del mondo scientifico. E' famosa la domanda che ogni anno pone a questa élite, che risponde con una straordinaria visione collettiva dalla prospettiva di chi vede da vicino il nostro futuro.

Tornando a noi, dal volume in uscita rubiamo per voi in anteprima un passaggio dell'introduzione di Brockman, gentilmente concessa dall'editore. Leggete nel seguito questo bello scorcio di vita americana.

E per me? Chi è Einstein?
Ricordo il momento in cui seppi della sua morte. Mi arrestai bruscamente davanti al titolo di un giornale in un’edicola nella metropolitana di Boston. Avevo quattordici anni. Fu un attimo devastante, in cui provai autentico dolore e senso di perdita.
A quei tempi la mia famiglia si era già trasferita nella relativa pace e tranquillità dei quartieri residenziali, ma per i primi dieci anni di vita avevo dovuto imparare tattiche di sopravvivenza nell’«altra» Boston, a chilometri di distanza dalle eleganti barche a vela sul fiume Charles, la cupola d’oro brillante della State House su Beacon Hill, la bellezza serafica di Harvard, l’architettura audace del MIT.
Crebbi a Dorchester negli anni quaranta. Era un quartiere duro, difficile, in cui, prima della Seconda guerra mondiale, padre Charles E. Coughlin, il famigerato «Radio Priest», sguinzagliava dei camioncini per le strade a diffondere le sue prediche antisemite. Quella campagna aveva contribuito a trasformare Dorchester in un terreno di battaglia tra i ragazzini irlandesi e quelli ebrei, in forte minoranza. I tre isolati che dovevamo percorrere a piedi per recarci alla William E. Endicott School su Blue Hill Avenue erano una corsa a ostacoli quotidiana. Mio fratello Philip, che aveva tre anni più di me, doveva difendersi e proteggere anche me. La sensazione di vulnerabilità era acuita dal fatto che i rappresentanti dell’autorità – che fossero insegnanti, tranvieri o poliziotti – si chiamavano sempre Flaherty, O’Reilly o McCormack.
Le risse in cui ci lasciavamo coinvolgere erano spesso accompagnate da una più generale lezione di storia: Philip e io scoprimmo di essere personalmente responsabili della morte della seconda persona della Santissima Trinità. Cercavamo di ragionare, ma nessuno dei nostri discorsi – Gesù era un rabbino, che pregava in ebraico in una sinagoga; sua madre assomigliava alla nostra, non alle loro – riusciva a fare breccia su quei bulletti infuriati.
Avevamo però un’arma segreta, potentissima, che loro non avrebbero mai posseduto né capito. In più di un’occasione, vedendoci tornare a casa zoppicanti dopo l’ennesima zuffa, mia madre, mentre ci medicava i nasi sanguinanti e i graffi, ci consolava combattendo strenuamente ogni forma di bigottismo: «Ma guardateli! Cos’hanno, loro? Cuociono un prosciutto di domenica e lo mangiano per tutta la settimana! Gli uomini non si fanno il bagno! Le donne lasciano i neonati nelle carrozzine fuori dai bar! Guardate invece cos’abbiamo noi!» Gli occhi azzurri sprizzavano forza, certezza e orgoglio mentre ci curava le ammaccature. «Quello che abbiamo noi, non ce l’avranno mai. Abbiamo... Einstein!»
Mia madre aveva ragione. Avevamo Einstein con noi, durante i terrificanti anni di scuola e la scoperta della biblioteca pubblica. Era lui a permetterci di nutrire pensieri ambiziosi, di esplorare intellettualmente tutti gli angoli più remoti dell’esistenza. Di apprezzare, di adottare la vita dello spirito. Era sempre con noi. Avevamo Einstein; e ce l’abbiamo ancora.

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